mercoledì 20 luglio 2011

Amore in latino vuol dire "senza morte", in sanscrito "avidità".

Al parco del Miramar, un lungo ed atteso sospiro,
Ascolto paziente ciò che il fico di fronte a me e la sua resina gommosa ha da raccontarmi,
E la vita mi stupisce ancora una volta, io mi inebrio con lei.

Un dubbio d'amore mi sfregia l'anima e mi squadra con un ghigno,
Ma anche lui mi è dolce, e distogliermi non può
Dalla certezza d'esser parte dei cicli.

Chiudo gli occhi e il monte del Tibidabo ingrossa i suoi rilievi nel tentativo di conquistarmi,
I cespugli resi ebbri dal sole mi salutano mossi da uno scirocco caldo,

Ed io, consapevole, mi illumino vivendo l'attimo svanito.

giovedì 12 maggio 2011

L'identità, il fraintendimento dell'essere con sé stesso.

Chino la testa sul mio quaderno, stringo una penna nella mano. È tanto tempo che ormai non scrivo più niente. Il nulla più desolante si era impadronito di me. Vittima della ragione, sempre insufficiente e causa solo di deliri e dolori. Vittima dell'ego insulso e mondano, del ruolo, della necessità di associarmi sempre a quello che i contesti mi richiedevano. La vita è una puttana ma l'ego è truffaldino.
"Sono" giornalista, "sono" architetto, "sono" avvocato. Ma avete mai pensato alla mistificazione che si nasconde dietro l'utilizzo della parola ESSERE. Cosa sei, cosa siamo? Sei un amministratore delegato, un medico? Spogliato di queste maschere cosa sei? L'essere è il divenire delle nostre contraddizioni, mentre il mio era solo un tentativo vano di cercare la coerenza quando l'unica cosa che abbia valore è l'incoerenza.

Il vuoto che si era impadronito di me e spogliato di ogni sentimento, anche del semplice emozionarmi con una mattina soleggiata di maggio, era così angustiante (ma poi rivelatosi fittizio) in quanto una derivazione malata del mio egoismo. Mi sono affacciato tante volte alla porta di me stesso in questi anni ma mai nessuno si era preoccupato di aprirmi. O di rispondere alle mie urla. Ma quando il propietario di casa ha deciso di farmi entrare nel salotto buono delle mie personalità, ho trovato una sala senza mobili. Perchè mi stava ospitando nella stanza dove fino ad allora aveva dimorato la mia coscienza ed auto coscienza. La stanza di un ribelle di lusso, di un libero pensatore senza disciplina ma soprattutto uno schiavo dell'identità. Uno schiavo delle apparenze, un presunto umanista che non si preoccupava di ascoltare gli umani. Uno schiavo della proiezioni e delle auto proiezioni, imprigionato non dalle catene ma dalle vertigini del vuoto e dell'illusione. Ho fallito tante volte nell'identificarmi, o nel tentativo di essere identificato, ho dormito per anni convinto di essere il depositario di una filantopica e seducente umanità. Ma l'errore stava nell' aver sempre ragionato in termini di egoismo e non di consapevolezza. Come guidare in autostrada con la terza.
La consapevolezza. Essere padroni di se stessi e riconoscere il Sé, non l'Io, riconoscere in questo eterno ritorno che noi "siamo", "esistiamo" solo fuori dal campo di concentramento delle limitazioni, sociali e soprattutto personali. Niente a che vedere con Sartre, solo una illuminazione che mi permette di trascendere dall'illusione dello status, del ruolo, dell'io rappresentante ed effimero, affamato ed avido. Vivere pienamente ogni istante senza frenesie. Essere nell'attimo. L'attimo che svanisce, l'attimo eterno. Consapevoli d'averlo vissuto.
Scusate miei amici, scusate gente tutta, spero che possiate perdonare il mio sonno. Mi sento molto più in armonia con i miei malesseri. Adesso capisco ancora meglio la frase di Whitman che mette sullo stesso piano le costellazioni, l'uomo e una foglia d'erba.
Fuori c'è una deliziosa pioggia primaverile.
Esco senza ombrello e le gocce d'acqua mi scendono sulla nuca, provocando leggeri sussulti e contrazioni dello sterno. Il concerto di bossanova sarà già cominciato o forse non è mai finito. Le chitarre suonano dall'alba dell'eternità e non cesseranno ora. Cammino e vedo la gente affannarsi per cercare un riparo ma io mi sento pioggia in questo momento. Non vivo nel tempo cronologico, non mi appartiene più.
Ve lo cedo volentieri il vostro tempo a voi gente morta, anime sospese nell'eterno ritorno, fratelli di inquietudine e compagni di sbronze.

Non mi appartiene più.

lunedì 9 maggio 2011

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Eugenio Montale



Ah l'uomo che se ne va sicuro,

mercoledì 9 febbraio 2011

Per te che ancora amo.




Salvador, oh Salvador.
Strade come vene varicose, spazzatura come grumi di sangue rappreso. I tuoi palazzi in bilico lungo i pendii scoscesi che arrivano al porto. La tristezza dei tuoi bambini, coi loro occhi grandi, malinconici, vuoti perchè non sanno più dove guardare. Smilzi ed affamati, con le braccia rachitiche rivolte verso il mio viso, il palmo proteso al cielo, implorando un soldo. Non sai mai se per la droga o per il cibo.


Salvador, oh Salvador.
Lontano ricordo di epopee di zucchero e cacao, cosa ne hai fatto dei tuoi figli? Quel che ne resta oggi, fra case diroccate, tetti di eternit e facciate cadenti, buche nella strada e puzza di piscio, sembra essere una donna distesa sull'asfalto dopo esser stata violentata.
Salvador, oh Salvador.
La bellezza degli edifici del Pelourinho, della cattedrale blu, del contrasto fra i rossi brillanti, gli azzurri turchesi, i rosa pallidi e l'ocra terra, non sembra cancellare le urla degli schiavi che venivano qui torturati pubblicamente. Qui giacciono ancora i loro cadaveri, dopo tanti secoli, proprio qui sotto il mio culo bianco.
Salvador, oh Salvador.
Non dimenticare che negli anfratti sotterranei del tuo mercato artigianale morivano, affogati dalle alte maree, gli schiavi i stipati peggio che bestie. Peggio della Monsanto, peggio delle galline che frantumano insieme alle ossa per farne nuggets da fast food. Schiavi in attesa di essere venduti al primo fazendero che faceva una buona offerta. Non dimenticare Salvador che furono loro a costruire le tue belle chiese, senza poi neanche avere il diritto di entrarci.
Salvador, oh Salvador.



La tua storia triste di sfruttamento e decadenza, risorge, si prende una rivincita sui torti subiti, nei vicoli del centro della città alta, fra sorrisi variopinti e facce ruvide. Dreadlocks e solchi profondi, sorrisi immensi e passi di danza di un'eleganza indescrivibile, fluttuante, di una forza travolgente primordiale. Ossa che si scaldano. Salvador tu rinasci ogni giorno nella musica, nel suono dei tamburi che vagabondeggiano, nelle processioni di batterie dove centinaia di persone serpeggiano fra le stradine senza mai smettere di danzare, inseguendo i musicisti che giocano a fare i pifferai con una massa informe di topi. La musica, Salvador, lenisce il dolore della povertà, ti fa sentire meno fame.
Salvador, oh Salvador.
Terra di tamburi perpetui, ogni pertugio si riempe di ritmo. Non un solo angolo della città vecchia è lasciato senza. Terra d'Africa in Brasile di terreiros dove i Pai dos Santos cominicano con le Orixás, dove Exú fa da messaggero dei drammi dell'uomo, dove i bar si chiamano "Dio è fedele", dove sui camion appaiono scritte "Io conduco, Dio dirige". Dire sincretismo mi sembra poco quando lo respiri.
La facciata ammuffita di una chiesa guarda la scalinata che le è di fronte, ricolma di gente dopo un concerto. Chi vestito di stracci e chi con maglie firmate come a voler prenderne le distanze. Culi che si muovono a velocità incredibli, sembrano voler allontanare, scacciare i dolori come mosche.



Salvador, oh Salvador.
Gli xilofoni in legno lucido, lattine di birra che diventano strumenti per tenere il ritmo, le tue belle donne grassissime e lucide che anticamente erano i motori della società, e che continuano ad esserlo, con le loro polpette di acarajè fritte nell'olio di palma. Terra di musica e ritmo, cuore pulsante del Brasile, colori brillanti pastello, sangue vivo che scorre sopra quallo putrefatto, occhi lucidi e pupille dilatate, custodi di notte che dormono durante il proprio turno.

mercoledì 26 gennaio 2011

Il giorno in cui un carioca lavorerà, il Cristo batterá le mani.







Un ragazzo picchiato a sangue vicino gli archi di Santa Teresa, escoriato e pieno di gocce rosse che scolavano dalla larga fronte nera. Barcollava a destra e sinistra, intontito dalle tante botte prese. Un gelataio ubriaco ci raccontò, vicino l´uscio di uno dei tanti bar sporchi e puzzolenti di Rio de Janeiro, che lui ogni mattina si alza alle 6.00 e lavora fino alle 23.00 per mantenere otto figli e venti nipoti. Non mi spiegavo come mai, se questo fosse stato vero, cosa ci facesse li nel quartiere di Lapa, ubriaco fradicio alle 4 del pomeriggio. Non appena gli diciamo l´itinerario del nostro viaggio, si esalta e grida: ¨Il nord è pieno di donne bellissime. Che Dio vi benedica¨. Ancora una volta il sacro e il profano si mischiano in questa terra magica, i sincretismi, le convergenze e la convivenza fra gli opposti, la mancanza di mezze misure, le ragioni e gli istinti indifferentemente e apparentemente seduti su poli contrapposti, in realtà in delicato equilibrio fra loro.

In Brasile sembrano non esserci vie di mezzo. Sono lentissimi al supermercato, gli autisti delle corriere invece sfrecciano per le strade incuranti dei pedoni e della segnaletica. Per strada incontri persone che si prendono cura del proprio corpo in maniera diametralmente opposta. C´è chi beve birra e mangia fagioli, riso e carne a dismisura e chi fa esercizio fisico fino allo sfinimento. Corpi obesi dalle pance infinite, sfericità perfette e fisici scultorei che imbarazzano tutti noi flaccidini. Qui la gente ama prendere la vita con calma, senza fretta, anche se, a Sao Paolo, la gente corre per il centro inseguita dalle proprie frustazioni pseudo alto borghesi di accumulazione del capitale, cercando di crearsi uno status, come in una qualsiasi New York o Milano o capitale europea. Inseguono anche loro le false promesse della rivoluzione industriale e faranno la nostra stessa fine decadente.

Si prega Dio, si venera la figura del Cristo. Allo stesso tempo ci si veste di bianco a capodanno e si lanciano fiori nell´oceano in onore di Iemanjá, divinità del mare. Qui convive la profonda cattolicità di tradizione portoghese, con le cadute in trance delle donne nei terreiros, durante i riti afro-brasiliani del candomblé, possedute da chissà quale spirito. Si ama Gesù, si adora Exù, diavoletto canaglia un pò simile a Pan, un pò fratello di Dioniso, la cui immagine capeggia vicino alla casa del grande Jorge Amado.
Ma una delle cose che affascinano di più è la rappresentazione dei sentimenti di tristezza e nostalgia, inseparabili dall´allegria e la sensualità. La saudade nostalgica, a volte dolorosa, non procura solo tristezza. Anzi si convive con questo sentimento in un clima di piacevole malinconia. La saudade non è infatti accompagnata da musiche tristi ma al contrario, da samba eccezionalmente ritmica dove la gente muove i propri culi senza smettere di sorridere. Senza saudade non esiste samba diceva un vecchio testo.
In Europa la tristezza è un la minore, qui no. Qui sono accordi di settima. Qui si balla fra note progressive ma ripetitive, alte e gustose e parole colme di tristezza. Si piange e si ride con la stessa facilità; sono la stessa cosa, frutto dello stesso neurone. Tutto si mescola, come anche nella gastronomia. Pesce, carne, riso, fagioli e farofa. Tutto si mescola in un meltin pot solo apparentemente sregolato ma che nel complesso è una massa uniforme, un caos con un senso logico.
Portoghesi, africani, giapponesi, italiani, tedeschi, frutta esotica e polenta, fagioli e caffè, pasta e filettoni di carne, farina di mangioca e walzer, jazz, percussioni africane, ritmi assurdi psichedelici e preghiere, non importa a quale dio ci si stia rivolgendo. Dio o Exù, ricchezza sfrenata e povertà assoluta. Ragazzine di sedici anni che vendono i propri corpi per comprare una dose di crack e grandi villoni che si arrampicano su per la vegetazione lussureggiante con piscine jacuzzi all´aperto e saune e docce di eucalipto.
La gente ruba per necessità ma anche il peggior ladro e assassino sembra, in fondo, essere un ingenuotto, un povero relitto che si muove spinto dai morsi della fame. Niente a che vedere con inostri ´ndranghetisti, camorristi e mafiosi, assetati di sangue, potere, politica e denari. C´è chi ruba per spartirsi gli appalti di Expo Milano e chi per una scodella di riso. Chi è peggio?


Un autobus si arrampica lungo i pendii di Niteroi per poi scendere in picchiata sul mare; ci si ferma in una baracca a mangiare pesce fritto accompagnato da una splendida birra gelata. Di fianco, fuori dal finestrino, la solita disposizione irregolare di case senza intonaco, favelas fatiscenti, strade a volte fangose a volte racchiuse dentro folte coltri di nubi di polvere, a seconda se c´è stato o no un acquazzone tropicale. Case costruite apparentemente senza seguire nessun filo logico, fra una palma ed un bambù, su terreni teneri e friabili come marzapane; non si capisce come non crolli tutto giù. E a dire la verità quasi ogni anno, durante la stagione delle forti pioggie estive, interi villaggi vanno giù portandosi dietro vite innocenti. Come venti giorni fa qui vicino a noi, in città come Nuova Friburgo o Teresopolis. Case che si arrampicano sparse ed irregolari fra pendii e colline, che fanno un blocco unico con la natura circostante. Panni stesi sui fili di ferro che uniscono le abitazioni, bimbi scalzi che mi guardano come se fossi un alieno venuto da chissà dove e i soliti sorrisi, quegli enormi e caldi sorrisi sdentati che riempiono il cuore. Dimenticando per un attimo la miseria.

Nel bus di linea che trasporta la gente al mare oppure alle favelas, vige un clima di allegria così intenso, da sembrare quasi una sensazione fisica. C´è chi trasporta grossi pacchi o strumenti musicali mai visti, qualcuno batte il tempo sul finestrino mentre un altro canta con voce profonda e appassionata. Gente vestita umilmente, i soliti grandi sorrisi sdentati. Ragazzine che guardavano incuriosite e maliziose, ma che giravano gli occhi dall´altro lato intimidite dal pudore, non appena le restituivi lo sguardo. Siamo l´attrazione principale del bus, tre ¨gringos¨vestiti alla europea. Io e Lollo non veniamo mai presi per italiani. Ci scambiano per argentini, marocchini, israeliti addirittura! Ma Jenny non può sfuggire agli sguardi incuriositi della gente dalla pelle bellissima, ebano o caffè e latte. Eh no lei è troppo bianca, troppo nord europea, troppo bionda! Però è anche l´unica che parla portoghese. Ci guardiamo intorno e ci guardiamo fra noi. Soddisfatti, felici, con il cuore pieno di gioia.
Ad un certo punto, un odore pungente, inequivocabile, inconfondibile, attraversa tutto il perimetro dell´autobus. Le buche sulla strada facevano ondeggiare il veicolo e i passeggeri come una vecchia zattera su un mare in tempesta, lasciando che l´odore circolasse in maniera ancora più rapida. Uomini e donne cominciarono a tapparsi il naso, la gente copriva con fazzoletti i canali olfattivi dei propri figli. Ormai era chiaro, un passeggero si era cagato sotto! Fu il finimondo, l´Apocalisse, una Babilonia. Tutti, ma proprio tutti i passeggeri cominciarono ad urlare, a ridere, a prendere in giro il malcapitato incontinente. Non potetti non pensare allo stato d´animo di quel poveretto. Un intero autobus più di cinquanta persone stipate lungo tutti i centimetri del mezzo, che gridavano come forsennati: ¨Ah ah ah, se cagou, se cagou!!¨ (Si è cagato, si è cagato!). Fu una scena dantesca, la gente si alzava dai sedili cercando di allontanarsi il più possibile da quell´odore insopportabile, così che, coloro che ancora non avevano capito chi fosse stato il responsabile, non tardarono molto tempo nel rendersene conto, cominciando anche loro a prendere in giro l´uomo dallo sfintere aperto. Il controllore si alzò dalla sua postazione, noncurante del fatto che si trovasse al lavoro e partecipò alla baldoria. Era il più scatenato della folla, gridava, non tratteneva le risate, il braccio sinistro proteso verso il cagone, mentre con la mano destra impugnava un profumo che spruzzava abbondantemente cercando invano di coprire la puzza di merda. Quando l´uomo dall´intestino rilassato scese finalmente dal bus, il controllore si affacciò dal finestrino e continuò a canzonarlo, gridando e ridendo come un matto. Il tipo alzò il braccio rugoso in tono di stizza e disappunto e mandò a cagare (non riesco a trovare parole più appropriate!) tutta la gente che lo stava deridendo e si incamminò lungo una strada in salita, sterrata e buia, che saliva come un serpente fra le favelas. La gente del posto, si inginocchiava lungo i tombini dai quali fuoriuscivano cavi elettrici, rubando la luce per illuminare la favela a chi la luce può pagarla.
Penso a città come Milano, Sao Paolo, Eindhoven. Penso a gente che corre, forsennata, in giacca e cravatta, valigie 24h alla mano, inseguendo i propri business. Penso agli autobus intrappolati nel traffico, penso alla cacofonica orchestra di clacson, penso alla rabbia con cui gli automobilisti passano dalla prima alla seconda per poi scalare marcia pochi metri dopo, prima di restare intrappolati altri venti minuti. Penso alle illogiche rincorse al denaro, il benessere economico schiavizzante che non c´entra nulla con il ben-Essere. Poi penso ai supermercati di Rio de Janeiro, dove puoi aspettare fino a venti minuti prima che il commesso ti attenda, anche se davanti a te c´è solo una cliente con tre prodotti. Penso poi agli spazzini che ballano la samba lungo le strade, rastrello alla mano e immancabile sorriso. Penso alla calma olimpica dei bahiani, che si mettono in fila agli sportelli del bancomat nonostante quello di fianco sia libero. Penso al guardiano notturno di una pousada di Porto Seguro che non va a lavorare per due giorni perchè qualcuno ha rubato (o lei ha perso) il cellulare della figlia!?!?! Ma che scusa è?? Oppure ad un altro personaggio di Salvador, con un principio di delirium tremens da cachaça, che incontrammo in un bar di un suburbio di Porto Seguro dove io e Lollo ci intrufolammo per cercare un contatto con il Brasile più ¨vero¨, che vende aragoste sul Paseo del Alcool in pieno centro, che quel giorno non era andato a lavorare perchè gli era morta la vicina.
Fantastico.
Qui la gente, quando è sovrappensiero o giace nell´ozio più improduttivo, dice che sta pensando alla vita. Questa per me è la fantastica rappresentazione di un metaforico calcio nel culo alla presunta infallibilità della millantata Ragione europea. La Ragione è illogica e chi ne è dotato arriva inequivocabilmente all´infelicità. Chi, dotato di un minimo di onestà intellettuale, non cova dentro di se i germi della depressione? Dello smarrimento? Del vuoto, dell´inspiegabile agli occhi della Ragione stessa? Qui si vive con più istinto, forse più supericialità, ma che importa? Superficiale rispetto a cosa? Che vuol dire? Qui il corpo è un tempio che si cura e rispetta, qui non c´è tempo per essere musoni. La differenza fra me e loro è che mentre io mi infogno fra i vicoli stretti e angusti di un esistenzialismo sartreiano, loro muovono i propri culi come se fossero indipendenti dal resto del corpo, prendono le loro bellissime donne dai petti sudaticci e che riflettono le luci del bar in cui risuona una samba, uno chorinho, una lambada e le fanno volteggiare nell´aria in un vortice infinito di note, piroette, glutei di acciaio che romperebbero noci di cocco e sorrisi. Mentre io non posso fare altro che guardare immobile, perchè se provassi ad accennare due passi, farei la figura dell´impedito che balla con un tronco infilato su per il culo. Quella che erroneamente e riduttivamente chiamiamo superficialità, è invece la splendida e vittoriosa supremazia dell´istinto vitale, della goduria dei sensi, sui trascurabili e spesso inutili dolori dell´anima europea. Qui il corpo e di conseguenza la mente, si uniscono alla natura, ne fanno parte, si confondono in un idillio di note e profumi.
Noi invece in Europa ci richiudiamo in casermoni di cemento a produrre per poter consumare, in una spirale infinita e pericolosa, che ci fa credere di vivere veramente.



giovedì 9 dicembre 2010

Così è, se vi pare (1).

La casualità, la mia divinità preferita. Molto più intrigante ed affascinante di Afrodite, ancora più divertente di Dioniso. La casualità e le sue rivelazioni improvvise che lasciano senza parole demolendo il libero arbitrio. Le magiche correlazioni fra musica, libri, luoghi e anime umane che da anni sembrano susseguirsi durante l’esistenza apparentemente senza un senso logico. La casualità, quando tutto intorno sembra navigare a vista come un ubriaco che non può più sorreggersi e cerca un palo dove appoggiare la testa, arriva da me come l’ultimo bicchiere di whiskey che non avrei dovuto bere e mi stordisce e mi invita a domandarmi che diavolo di connessione ci potrà mai essere fra la mia sensibilità intellettuale e quella di altre anime, artisti e vagabondi, puttane, amici, antichi monaci tibetani. La casualità, cinica stronza, dolce amante e ambrosia inebriante, sembra scegliere con cura il momento in cui far piombare nella mia vita un libro, una musica, un’altra anima sensibile con il preciso intento di lasciarmi senza parole di fronte all’esistenza.

L’esistenza.
Vivere da mesi come in una sorta bolla di sapone, un torpore fatto di domande senza risposte, di noia e di nulla, di vuoto esistenziale terrificante, di silenzio improduttivo. Credere, per un eccesso di vanità, di essere il solo a provare questo vuoto destabilizzante, questo doping emotivo. Poi entrare in una libreria dell’aereoporto di Roma di ritorno da Istanbul, terra dove gli opposti che regolano il mondo convivono in armonia e scontrarsi contro il duro muro della propria ignoranza. Il caso, il fato, mi mise fra le mani “La Nausea” di Sartre. Fu così che, leggendo quelle pagine dure, trovai qualcuno che riusciva a dare un’ espressione verbale ai miei tormenti, capii che la casualità che mi fece tuffare le mani in quello scaffale di libreria era si cinica, perchè aveva scelto il momento adatto ma agiva a fin di bene. Parafrasando Italo Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore” (che, anche qui per puro caso avevo con me in valigia,) bisognava interpretare questa ennesima coincidenza come un messaggio che il mondo voleva offrirmi per comunicarmi qualcosa. Cosa poi volesse comunicare in quel momento non mi è ancora dato saperlo. Forse voleva dirmi che la vita un senso ce l’ha. Deve averlo cazzo. Mi accadde la stessa cosa quando ascoltai i Television e John Coltrane. Trascesi. Risi da solo.

Avvertivo gli stessi turbamenti di Roquetin ma non sarei mai riuscito ad esprimerli come Sartre 80 anni fa. La casualità, spinta dal suo istinto goliardico, dal suo immaturo sarcasmo, venne a farmi visita. Sia per non farmi sentire solo sia per far riapprodare il mio ego verso i lidi tranquilli della modestia, dubbiosa e compassionevole. E per farmi sentire sempre più ad un passo dalla follia. Una edonistica e dolcissima infermità.

Stesso discorso vale per Philip Roth. La mia mente era da settimane coinvolta in una tempesta emozionale. Nella testa come in un frullatore si agitavano i turbamenti dovuti al senso di incomunicabilità che sentivo con gli altri esseri umani, l’impossibilità di capirsi a fondo. Io non capivo loro, loro non capivano me. Niente di trascendente. Sono solo le storie di vita che ognuno di noi porta dietro le proprie spalle e che ignoriamo a vicenda, che ci faranno sempre essere delle isole lontane l’una dall’altra. Animali individualisti e soli le cui alienazioni non coincideranno mai, per mancanza di volontà o per egoismo o perchè si è gia troppo stanchi delle proprie sventure per trovare la compassione di ascoltarne delle altre, perchè penseremo sempre di essere i depositari della verità, gli unici ad aver veramente vissuto “esperienze” significative e grandi “sofferenze”, perchè saremo sempre degli insoddisfatti . Perchè abbiamo paura del giudizio avverso, abbiamo paura dell’ anticonforme alle regole pseudo morali (cosa è la morale poi, non si sa), per terrore all’isolamento. La superficialità e la comodità che spesso regolano le relazioni fra le persone erano il nuovo tema che faceva da sfondo ai miei malesseri esistenziali.

Ci si ferma sempre davanti alla superficie senza provare a fare un passo in più e si giudica ciò che si vede a prima vista, tralasciando tutti i processi e i contesti ed il cammino che hanno portato ogni essere umano ad essere quello che è. Ci si limita al fallace giudizio dell’impressione mossi dallo spirito di conformismo, sbarazzandoci di tutte le discriminanti e le infinite possibilità, altrettanto o no casuali che definiscono ognuno di noi. È meglio avere un’idea accettata dalla comunità, è meglio avere amici fittizi piuttosto che essere soli. Ci si affida a giudizi affrettati, alle proiezioni dei nostri egoismi e della nostra limitata visione della realtà. Atterriti dalla paura di non essere uguali e dunque soli, convinti che una visione più approfondita delle cose che ci metta di fronte a noi stessi, ci possa allontanare dai porti sicuri della uniformità. L’uomo quando pensa è solo e la solitudine atterrisce. I (pre)giudizi rispondono solo al desiderio di volerci sempre spiegare tutto secondo il nostro punto di vista, il nostro Io. L’inutilità della comunicazione dovuto al fatto che quest’ultima sia viziata e corrotta dalle nostre “infallibili” supposizioni.
Ed io mi ero rotto le palle di essere un animale sociale utile solo a sè stesso.

Quando i miei tormenti arrivarono al culmine e la mia arrogante vanità cominciava nuovamente a mostrare il petto, non contenta delle sue continue sconfitte inflitte dalla ragione e dal caso, mentre vagavo per una libreria le mie mani si poggiarono su “Pastorale Americana”. Mi si aprì nuovamente un mondo che già conoscevo ma che non sapevo bene come spiegare. Di nuovo mi si regalò il piacere di non sentirmi solo.
Ho attraversato tante fasi esistenziali e ho indossato tante maschere sociali prefissate. Mi sono sentito per tanto tempo un nichilista senza mai sapere bene cosa questa parola significasse. Il fato, vigile come sempre, conoscendo al mia passione per il buon vino, mi fece incontrare Veronelli, dolcissimo anarchico, che mi aprì le porte verso il Socialismo Utopista, verso “I Demoni” dostoevskijani e poi, finalmente il maestro, Ivan Turgenev. “In Padri e Figli” era spiegato tutto, dalla mia inconsapevole critica al positivismo fino alla relazione con mio padre.
Ancora una volta mi strinsi nelle spalle, sulle mie labbra si dipinse un ghigno di misteriosa soddisfazione e mi rassegnai a dichiararmi sconfitto nuovamente, pur trovandomi in ottima compagnia.
Quando avvengono queste casualità, non posso fare altro che sgranare gli occhi e gridare “Wow!”. Mi sento tanto vivo in questi momenti.

Altre ossessioni:il silenzio e la ciclicità. Il silenzio alla base del Big Bang, il silenzio come origine del tutto, il silenzio come preludio ad una detonazione imminente, il silenzio fra le note che è lo spazio fisico dove l’anima risiede, il silenzio come discriminante essenziale affinchè vi sia la musica, il ritmo del silenzio che non riusciamo più ad ascoltare. I silenzi che si creano su un palco fra muscisti, quando il trombettista ha finito il suo assolo e guarda per un attimo il sassofonista che sta per attaccare il suo. Quella sospensione mistica che li fa galleggiare sospesi a mezz’aria fra pentagrammi e sincopi e quel silenzio teso che si crea. Il silenzio come vera forma di comunicazione. Il silenzio e la ciclicità delle cose umane. L’infinito ripetersi delle vicende, l’incapacità di apprendere da questa verità, il movimento circolare che è alla base dell’universo, il panta rei ma anche il “tutto torna”. I pilastri di una morale che credevo solo mia e invece è vecchia come il mondo. La casualità che lega persone, libri e musiche, le relazioni circolari che si creano fra loro, le orbite ellittiche, le allitterazioni, il contrario fra gli opposti, Charlie Mingus, il jazzista dell’allitterazione. Woody Allen, “Hannah e le sue sorelle”.

Il caso, vendicativo e dispettoso, rimpiombò a schiaffeggiarmi con quei suoi enormi palmi e mi sbattè sulla faccia Bach, Beethoven e soprattutto tutto il complesso sistema sonoro di John Cage. Fece in modo che le mie convinzioni inciampassero nuovamente, questa volta in Orazio e la sua “ruota della vita” (Nihil novum sub sole, la maledetta ciclicità che già aveva intuito 2000 anni fa), nell’infinito/finito Aleph di Borges, in Tom Robbins e i Velvet Underground, nella teoria degli opposti come regolatori del mondo e in quella dell’ottava nota: do, re, mi, fa, sol, la, si e poi di nuovo do ma in tonalità diversa! La schizofrenia come rappresentante nel campo della patologia, del concetto di opposto. Chuck Palaniuck ed Erasmo da Rotterdam. Quel mafioso di Berlusconi e Machiavelli. Charlie Parker e Bud Powell, geniale schizofrenico! Nel silenzio e nell’eterno ritorno e nella ciclicità, dove tutto gira in continuazione per non morire o impazzire o per avere almeno l’illusione di vivere, nel nulla e nella pienezza che si cela dietro al non detto, nella letteratura di Hemingway dove si vede emergere solo la punta dell’iceberg, nelle albe tibetane grazie alle quali i vecchi saggi dimostravano come giorno e notte, luce e tenebre fossero in realtà la stessa cosa, schizzi disegnati dalla stessa matita genialoide. Tutto torna, un pò diverso rispetto a prima ma forse neanche tanto!
Tutto questo lo avevo nella mente ma non sono mai riuscito a scriverlo ne tantomeno a creare una musica. Martin Hannett che registra il silenzio e 4’ 33” di Cage, tutto forse è già accaduto e tornerà ad accadere. Allora la casualità che ormai ci aveva preso gusto nell’aiutarmi attraverso l’umiliazione, mi fece leggere Vonnegut e incontrare finalmente espresso il concetto di quarta dimensione del tempo.
Il cammino sembrava già scritto, ormai ero fuori di me perchè perdevo il controllo sulle contingenze e cercavo di tradurre i messaggi del destino. Senza esito. Mi sciolsi in un anfetaminico piacere quando su tutti arrivò lui, l’inuperabile e unico, colui che canta l’uomo in tutti i suoi aspetti, Walt Whitman. “Tutto ritorna come le stagioni ritornano”. Dopo aver letto questa frase, “Foglie d’Erba” diventò per me un modo per conoscere me stesso. Il poeta della vita e della morte, del diseredato e del facoltoso, è stato colui che mi ha salvato la vita. Grazie a lui andò definendosi sempre più chiaramente, il filo che legava le mie esperienze e la gente che leggevo o ascoltavo o incontravo. O meglio non si definì un bel nulla, ma capii che fra tutti loro vi era un nesso inconscio che il mio cervello non riusciva a decifrare.
Fu il diluvio.

Hemingway, per anni il mio preferito, che mi fece viaggiare con un pulmino rosso su e giù per la costa atlantica spagnola finendo poi a Pamplona, per il solo desiderio di vedere la morte negli occhi durante una corrida, la beat generation, Ginsberg, Cassady, Burroughs, la summer of love e la summer of hate, la musica della west cost, da Chet Baker a Neil Young fino ai Love e Artur Lee quasi vinto dalla leucemia in un palazzetto dello sport di Firenze tanti anni fa. I Love che nella mia esperienza sono indivisibili dagli haiku di Basho. L’avanguardia musicale di New York, il punk e i tre accordi del Blues. Il santo Blues di Bo Diddley, John Lee Hooker, Robert Johnson, Willie Dixon, Otis Rush, Muddy Waters, Howin Wolf, Lightin’ Hopkins, Jimi. Le droghe che aprono le coscienze e William Blake, i Doors, Aldous Huxley e la funzione eliminativa del nostro cervello. Che vogliono dire queste coincidenze, questi incroci involontari fra il conscio e l’inconscio? Fra la mia vita vissuta e quella già narrata? Cosa vuole dire questo metalinguaggio involontario? Questa musica che si fa largo a gomitate fra le pagine dei miei libri e nelle vite degli uomini?

Perchè mi accorgo (senza volerlo ma avendone un fottutissimo bisogno), che Lester Bangs, il miglior critico musicale di sempre, il mio preferito, casualmente l’ultima cosa che ho letto (subito dopo Sartre!), dichiari che “La Nausea” è in assoluto la cosa migliore mai scritta da un uomo? Perchè Lester parla di nichilismo esistenziale proprio quando mi sentivo così? Perchè tutto è così perfettamente in ordine, perchè tutto segue una logica infallibile ma che non capisco? Cosa avete da dirmi? Cosa devo capire di me stesso?


Poi ovviamente lui, il vagabondo del Dharma, Kerouac che arrivò proprio quando non sapevo più cosa fare e mi fece capire che in fondo tutto questo non è importante, perchè l’unica cosa che importa veramente è andare, andare sempre senza mai fermarsi. Per uccidere la morte. Il male di vivere, sbattersi da una parte all’altra del continente sperando che ansia e dolori non ti inseguano lungo il cammino. Arrivò “Blank Generation” e capii che impostori fossero stati i Sex Pistols ma anche che Richard Hell non sarebbe mai stato nessuno senza i Count Five, i Kingsman e senza le “Illusioni Perdute” di Balzac, che il “vuoto” non era un concetto negativo ma uno spazio libero dove scriverci su. Uno spazio da riempire. Il vuoto che si oppone alla pienezza vivendo armoniosamente insieme a lei. Tutto sembra “(ri)tornare” rispondendo ad una logica si stralunata ma rigorosa, infallibile e indecifrabile.


mercoledì 1 dicembre 2010

"Quando si basta a se stessi si raccoglie un frutto maturo: la libertà"

A volte sono portato a vedere la mia vita, questa cosa così misteriosa e senza senso, come una parete opaca e larga sulla quale è stato composto un mosaico bellissimo. Ecco la mia vita è quella parete e quel mosaico è il suo significato.
Purtoppo però il mosaico è stato ricoperto da una vernice bianca avorio che non lascia più vedere la complessa eleganza, il buon gusto, le linee decise, i colori vividi del mosaico.
Poi ci sono le casualità.
Le casualità in questa parete, sono le parti in cui la vernice si scrosta, lasciando intravedere cosa sta sotto, ossia stralci di verità. Le casualità bellissime che ci mandano messaggi difficili da interpretare ma che se ci riuscissimo, potrebbero illuminarci il cammino, spesso scialbo, banale, insopportabile. Così da riuscire a sentirsi qualcosa di diverso rispetto a marionette inanimate nelle mani del destino.

sabato 20 novembre 2010

Essere, non esistere.

Turgenev e Sartre stanno giocando con la mia sensibilità, ridono di me e mi prendono a schiaffi. Lo so maledetti bastardi, odio le vostre risate.


mercoledì 17 novembre 2010

Martina Franca, anno 1695.


Un permesso di soggiorno per motivi giudiziari
Due tette, bugie e squallore
Una gru alta dove le grida della fame non si odono
Gli operai restano inascoltati.

martedì 16 novembre 2010

Haiku (3)

Nebbie di novembre vicino al mercato
Un parcheggio vuoto
Le luci della volante dietro una masseria del 1695.

mercoledì 10 novembre 2010

Magari.

alzo il capo e vedo
me coricato
nel freddo

Konishi Raizan

Haiku (2)

le stagioni si danno il cambio fra i due emisferi
ovvie incomprensioni
le parole mal dette

lunedì 8 novembre 2010

Haiku (1)

c'è una fioca luce d'autunno che non riscalda
una goccia di vino stantio sulle pagine bianche
ma non una parola

La colpa non è nostra se esistiamo.


















Il teatro dell'assurdo in una piccola città di provincia. L'attesa di qualcosa che non arriverà mai. Le buche nelle strade che distruggono le automobili.
-"Andiamo, andiamo via da questo posto"
-"Dove?"
-"Non lo so"
Provare ad inventare qualcosa per scappare via dalla monotonia del piccolo borgo. Ma non avere la forza di cambiare veramente. Tomasi di Lampedusa scrisse il Gattopardo, Giovanni Verga parlò di "Ideale dell'ostrica".
-"Che facciamo stasera?
-"Non lo so"
-"C'è una festa alle 21"
-"Almeno stasera qualcosa si fa"
-"Ci vediamo alle 23"
-"Perchè così tardi? Andiamo prima!"
-"Ma no, che andiamo a fare prima?"
-"Dai ci vediamo all'Eden"
Due ore dopo.
-"Che palle non c'è niente da fare stasera"
-"E la festa?"
-"Mi hanno detto che non va nessuno, che dobbiamo andare a fare?"
-"Si ma che facciamo qui?"
-"Dai beviamo qualcosa e poi andiamo"
Due ore dopo, sempre di fronte all'Eden.
-"Non so se ho voglia di andare alla festa"
-"Perchè? Dai andiamo a fare un salto!"
-"Non ho voglia. Beviamo?"
-"Dai ok l'ultimo e poi andiamo"
-"Ok"
Due ore dopo. Eden bar.
-"Che palle questa città non c'è mai un cazzo da fare!"
-"Si ma andiamo alla festa!"
-"No dai, ormai è tardi"
-"Dai ma che facciamo qui?"
-"È vero che facciamo qui, non c'è mai nulla da fare"
-"Dai ma andiamo a dare un'occhiata, sono ore che stiamo qui senza fare nulla!"
-"Eh lo so ma che vuoi fare qui?"
-"Non lo so. Vuoi un Negroni?"
-"Dai ok".
Due ore dopo. Ormai solo noi due all'Eden.
-"Me ne devo andare da qui. Mi sono rotto il cazzo di questo posto".
Sei di mattina. Niente è successo e Godot ancora non è arrivato. In giro fra i trulli, 4 persone e 30 centesimi in totale, una bottiglia di vino che sembra petrolio, trulli come piramidi. Come tombe in definitiva. Tutti vogliono cambiare ma nessuno riesce davvero a vedere come non sta facendo per compiere con questi propositi. Frasi soffiate via grazie alla forza dell'inerzia. Si parla ancora di idee e progetti. Ma nessuno ha voglia di sforzarsi per davvero per cercare di raggiungerli. La colpa non è nostra è della cittá. Si proprio della città. Niente a che vedere con la pigrizia, con le giovinezze sprecate, con la poca volontà. La colpa è della città. Ovvio. C'è una jam session a Squinzano, una serata tributo ai Pink Floyd, una festa del vino novello, un nuovo bar con ottima musica e splendido contesto, abbiamo gli strumenti musicali, abbiamo i luoghi per andarli a suonare. Ma non c'è niente da fare in questa città. Esistiamo e basta. Anzi esistiamo e abbiamo anche il coraggio di lamentarci. La depressione latente si è impossesata di queste anime. Tutto cambia per restare tutto uguale a prima. Ci sono talenti che non trovano il coraggio di esprimersi. si vive con la paura che qualcun altro ti possa giudicar male e criticarti. La paura della critica e il conformismo imperante. Ci si conforma per paura, ci si conforma per pigrizia.
Dai, quasi quasi bevo un altro negroni e poi ci penso su per davvero.
Sulla mia scrivania, pagine bianche che non vogliono riempirsi, il libro che non scriverò mai, la lobotomia che ha afflitto il mio libero pensiero intellettuale, Sartre che non vuol più farsi leggere, le corde della mia Fender Stratocaster spezzate da più di un anno. Una donna finalmente felice perchè l'ho lasciata. Il paradosso delle incomprensioni. Il presidente del Consiglio che vuol varare un decreto anti prostituzione e poi paga 10000 euro per farsi due scopate. Le speranze della gente riposte nell'uomo politico "nuovo", ex fascista e promulgatore delle nuove leggi razziali italiane insieme a Bossi. Storie di patenti false, metodi di sopravvivenza, bugie raccontate per crersi una verginità, le maschere sociali che indossiamo per sentirci meno brutti. So che mi state mettendo alla prova e so come venirne fuori. Una prosa alcolica ed un Lightin Hopkins, questo ci vuole.
"Ci manchi". Non deluderò le vostre aspettative. Tornerò con la mia chitarra e la mia penna e graffierò i muri con le parole.
Troverò il mio Tono e muoverò il mio culo a ritmo di funky. Con una caipirinha nella mano destra.
Troverò il mio (a)more o lei troverà me.

Canzone Spontanea.

Lam Em7

Ho trovato tante strade lungo il mio cammino
Ho provato tante volte a seguirne il declino
Ho incontrato tanta gente e non sapevo che dire
Ho incontrato tanta gente e volevo fuggire

Ho creduto che imprecare mi potesse bastare
Ma ho notato che la rabbia continuava ad aumentare
Ho cercato un compromesso che potesse allietare
Le giornate che scorrevano sempre più amare

Ho creduto che dell'altro mi potessi fidare
Ma qualcosa in cambio la dovrò pure dare
Per sfuggire al tormento del quotidiano pensare
Son scappato nel mio mondo dove posso sognare

Qui le leggi le detto solo io
Qui le leggi le detto solo io
Qui le leggi le detto solo io.

A.D. 2004, Modena

venerdì 5 novembre 2010

Non mi rattrista essere privato di un certo tipo di piacere ma piuttosto che una parte delle attività umane mi è estranea.

Probabilmente non sfornerò mai un capolavoro, ma chi se ne frega? Sento che mi sta nascendo un Tono tutto mio, e quel Tono, per quanto stravagante possa essere, è la cosa di cui più vado fiero, perchè preferisco scrivere come un ballerino, muovendo il culo al ritmo del boogaloo che ho in testa, e forse raggiungere solo i lettori a cui piace usare i libri per muovere il culo, che non essere, o scrivere per, l'uomo che si è ritirato in clausura da qualche parte a leggere Eschilo, mentre questo mondo stupefacente andava sbandando folle sotto le sue finestre.

Lester Bangs

venerdì 29 ottobre 2010

Cominciare a lavorare in un bar di una spiaggia brasiliana a 30 anni.

Vedersi dal di fuori, vedere un bamboccio irrequieto e inanimato. Vedersi andare per le strade con la testa bassa, la gente e la vita che scorre di fianco, solo una scenografia mal fatta. L'aura persa, spaurito e malinconico, tirarsi uno schiaffo da solo. Rialzare la testa e riguardare dritto negli occhi le persone. È questo quel che ci vuole. Svegliarsi.
Ho già un piano e qualcosa mi dice che andrà bene. Basta solo ributtarsi a capofitto. Vitelloni e polveri rosse e fitte che si creavano in cucina mentre il muratore tagliava grossi mattoni di cotto. Incuranti di tutto, gli inquilini mangiavano gamberi e bevevano da abbondanti caraffe, un vino bianco squisito. Pensai a quella ragazza che si cagò addosso la prima sera che andava a letto con un tipo. Pensai che mi stavo allontanando dalla gente, perchè rinchiuso in un egoistico ma corretto tentativo di autoanalisi.
La sera andammo in un posto che aveva tutte le caratteristiche e l'atmosfera di un raduno di beatnik. Mancavano Ginsberg e Kerouac, ma c'era una batteria frizzante e una chitarra divina.
Tornammo a casa felici. E ci imbattemo per la prima volta nelle nostre vite in un tentato suicidio.
Nessuna città è più letteraria di te, mia adorata Barcellona, nessuna più di te sa raccontarci così tante storie.

La ceramica non fa ridere (La morte del celibe).

Ho un invincibile, istintivo desiderio di ficcarmi sempre nelle situazione più complicate fino a quando un colpo di fortuna puntuale me ne tira fuori. Mi caccio sempre in quei contesti non "socialmente accettati", nella continua disperata ricerca del contesto più indicibile, più immorale, più estremo. Gli sfondi più di basso livello (secondo i punti di vista soggettivi), sempre alla ricerca di ciò che è sporco e irraccontabile. L'estetica, il bello della bassezza. Non avere limiti imposti o attegiamenti impostati. Gettarsi a braccia aperte nel limbo della vita dura, e trarne goduria. L'aspetto truce e meschino, io vivo fra ubriachi ed emarginati, fra i derelitti e i casi umani, fra le nebbie di fumo e la puzza della frittura, fra il vino stantio e appiccicoso e fra i vaneggiamenti dei dimenticati da Dio. Laddove non ci sono le convenzioni, dove l'abitudine è la sofferenza. Io canto tutti voi, perchè potrei essere voi e perchè voi siete me. La mia anima si illumina e il mio sangue scorre lungo le rughe degli emarginati, nelle vene violacee degli ubriaconi perchè è li che c'è la verità. La verità censurata dalla paura dei non umili. È li che c'è la vita che palpita, è li che ci si trova davvero a fare i conti con se stessi e quindi si decide per se stessi. Comprendo tutti coloro che sono sospinti solo dal senso di autoannullamento, l'autoannientamento. I profeti urbani della instabilità e della ferocia della società.
Le loro vite fatti di istanti che si annientano l'uno dopo l'altro in una lenta agonia. Una ruota che presto finirà di girare. Potrei essere te, tu potresti essere me. Siamo la stessa cosa e canto te e piango te e soffro con te. Solo alla fine di questo vortice tumultuoso sapremo chi avrà avuto ragione. E sono certo che saranno finalmente i disadattati a trionfare. Il fiume della Storia spazzerà le lacune democratiche e ci sarà giustizia. E vivremo tutti felici, redistribuendo, compassionevoli, quello che si è sempre rubato. Sarà allora che capiremo che è stato solo una mastodontica opera di autolesionismo privo di alcuna finalità ascetica.
Io nel frattempo guardo il mio bicchiere vuoto, il libro aperto a metà, la coppia seduta di fronte che si palpeggia i genitali, la cameriera che prepara cocktails e lo studente che legge Keynes, le persone che vendono il proprio corpo ma sono ben attente a non cedere nemmeno un pezzettino della propria anima e lotto contro il circolo di ferro delle parole che mi condannano ad una sterile inespressività, incapace di descrivere la mia "nausea dolciastra".
"Lui, il celibe, non avendo vissuto che per sè stesso, non aveva nessuno vicino al suo letto di morte".
Io, per quanto cammini fuori da me stesso vedendo la mia vita in terza persona, so perfettamente che tutto questo finirà. mi è già capitato altre volte.
Mi godo tutto questo, fa parte del gioco.

martedì 5 ottobre 2010

Questo boccale di birra non esiste.

Ho come l'impressione ultimamente, che Barcellona sia una puttana ed io il suo miglior cliente. La parte peggiore è che sono innamorato di lei. O almeno vorrei fosse amore.