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martedì 14 agosto 2012

"Temete come mortali tutte le cose, e come immortali le desiderate".


Siate Vino! Nutritevi di rose, curiosità e dubbi!

Sorprendetevi sempre, sgranate gli occhi come bimbi! Ma siate capaci di ritrarvi, di allontanarvi dalle beffe amare della falsa cosapevolezza, o della psyche negativa, della sofferenza che proviene dal desiderio, quello fittizio, la sopravvivenza per la quale i mortali si uccidono, come se non fosse già tutto transitorio.
Non ne siate schiavi, spazzate via l’ego, spazzatevi via! Ma siate attivi allo stesso tempo, non dimenticatevi, fate di voi dei capolavori, la cosa più importante. Quello che vi spacceranno per egoismo, è invece un chiaro esempio di annullamento del concetto di “sé stessi”. Il grande sogno della libertà, quella non “di” e nemmeno “da” ma la Libertà, consiste solamente nell’esprimere il vostro potenziale.
Ma dovete accettare anche l’idea che questi sforzi siano inutili. Perchè una volta annullato l’Io cosi da esprimere il meglio di ciò che credete essere la coscienza di voi stessi, anche se finalmente liberi vi ritrovereste comunque di fronte al vuoto, al nulla, al deserto. Il deserto per aver abbandonato la  vecchia coscienza del vecchio Io rappresentante. Accettate questo e diventerete liquidi e adattabili, vi renderete padroni delle vostre vite. Non pensiate di aver vissuto a lungo solo per i vostri 199 anni di esistenza morta.

mercoledì 25 gennaio 2012

Two thousand and twelve purposes.

Farò quest'anno dei progressi nel mio processo di auto conoscenza (Progredire! Come se questa parola racchiudesse, già di per sé, la soluzione ai problemi contingenti. Come se la metafora dell'andare avanti rappresentasse anche il percorso che potrebbe condurre verso qualcosa di migliore. Come se decidere di fermarsi e ballare, lí, nel mezzo del cammino, o tornare indietro sui propri passi sbagliati, non fossero  decisioni altrettanto utili o dignitose)? Riuscirò ad essere più coerente o perlomeno non così tanto in contraddizione con me stesso? Coerente verso chi o verso cosa, a parte me stesso o la proiezione del mio io? Sarò compassionevole? Avrò, semplicemente, della passione? Guarirò dai miei tormenti o saranno loro a decidere per me e le mie azioni? Smetterò di avere delle paure o finalmente comicerò ad averne delle vere? Paura vera e non le scarse imitazioni incontrate finora. O forse i tormenti sono l'anticamera della letizia? O viceversa? E se la gioia ed il dolore avessero un senso solo in funzione della propria apparente, opposta funzione? Riuscirò a riconoscere o perlomeno a scorgere, le mie incorenze? Avrò questo piacere? O questa tortura? Riuscirò finalmente a credere che ce la posso fare? A fare cosa? A vivere umanamente?  A vivere secondo "intelletto", "ragione" o "onestà?", A credere in me ed evidenziarne, sempre in me stesso, le caratteristiche positive? O colpevolizzarne le negative? Ma quali caratteristiche, che vuol dire positive e negative e, soprattutto, di quale dei tanti, possibili me stesso stiamo parlando?

"Positivo", o "negativo", per chi o rispetto a cosa, secondo quali "discriminanti" o processi di selezione passivi, scremati da quale cultura "dominante"? Ho il diritto alla felicità solo perchè ho sentito sotto la pelle, nelle ossa, il fastidioso punzecchiare dell' "infelicità" (dolce, propositiva, ottimista, costruttiva, infelicità)? Quello che chiamiamo dolore non potrebbe essere semplicemente ciò che legittima il suo contrario?

Riuscirò finalmente a fare quello che voglio ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo o semplicemente farò quello che gli altri si aspettano da me e dalla maschera sociale predominante in quel dato momento della mia esistenza? Vivrò consapevole degi attimi? Quelli che svaniscono ancora prima di essere razionalizzati? Ma cosa, veramente voglio? E, soprattutto, la mera volontà, quella che universalmente è riconosciuta come, forse, libero arbitrio, non potrebbe essere considerata come un atto (o un tentativo) di annullamento del "Sè"? O ne è forse solo l'immagine riflessa nello specchio? O forse è la non-volontà ad annichilire? Ma, ancora più importante, quale Sè? La p(P)syche? L'Anima? Un Sè esterno, interno, permanente o impermanente?

Riuscirò a portare a termine un progetto? O semplicemente avrò mai un'idea? Un idea vera! O passerò il resto della mia attuale esistenza cosciente, senza nemmeno mai avvicinarmi all'approssimazione di una sola, cazzo di idea? Ho delle opinioni personali? Ma le opinioni hanno alcuna utiità a parte renderci schiave di esse?

Sarò ancora uno spettatore della mia vita o vincerò la paura e la pigrizia e ne sarò parte attiva? Ma che vuol dire attivo, non influisco già, forse, sull'ecosistema? O non potrebbe essere attiva semplicemente la mia contemplazione? Ma che vuol dire essere parte attva? Avere un ruolo? Una scusa per raccontare come in verita non ci si conosce? Avere soldi, donne, influenza, potere? O esser parte attiva vuol dire avere un pensiero, un cuore capace di ospitare qualche emozione? Vesto dunque i panni di un altro? Ma questi miei timori, non sono già, diciamo, come la conferma di una mia, per così dire, attività? O forse ho solo paura di aver esaurito le paure e me ne creo delle nuove? Ho timore all'esistenza o mi ubriaco di lei? Riuscirò a farne parte e se si, in che modo? Ne amerò o perlomeno mi abituerò alle sue incongruenze? Potrò mai accettare che uccidere è come generare? O non lo farò mai per i miei timori e per la mia atavica propensione a rimandare i problemi e le decisioni? O perchè mi sento come un re solo quando siedo sul trono della mia pigrizia? O se fosse la pigrizia ad allontanare dagli infarti?

Continuerò ancora a camminare lungo il sottile margine che separa l'amore e l'odio, il bene ed il male? Continuerò a credere che l'amore non avrebbe senso senza l'odio? Vivrò ancora nel dormiveglia lamentandomi dele mie mancanze o farò dei miei difetti la bandiera del mio Io o meglio la mia personale concezione di Io.

Concezione che spesso oscilla fra la pluripersonalità e l'annulamento del verbo.

Continuando a galleggiare fra significati e significanti, fra parole ed azioni, fra le presunte logiche e i loro contrari. Parole attive ed azioni descritte, narrate, raccontate.

Troverò un equilibrio fra le mie folli illusioni.

Potrei rifugiarmi nell'attraente mondo dei sensi. E benedico che questa possibilità esista. Fittizio, frivolo, temporaneo ma apparentemente concreto. Ma concreto perchè vivido? non è forse vivida l'illiusione, il fanatismo, la follia? Non sono altrettanto reali? Nascondersi dietro gli orgasmi, per quanto piacevole, mi collegherà verso l'assoluto o saranno semplici scopate? O l'orgasmo è l'assoluto? Così come anche il non orgasmo, la disfunzione erettile dei pre e post concetti. E anche dei    concetti in divenire.
L' assoluto, che cazzata. Che vorrebbe significare senza il relativo?
Io solo rivoglio il mio sacrosanto diritto alla poesia. Il mio diritto ad innamorarmi. L'uomo non solamente beve birra in bottiglia, non tutte le grandi donne sono madri.
Ma tutto ciò ha importanza?
No, perchè lieto sarei anche sul sentiero di un nido di ragni.


venerdì 30 dicembre 2011

Intervista a PATTI SMITH 2005

Capelli corvini e occhi perennemente chiusi, solchi profondi sul viso come testimonianza ineluttabile di una vita dissoluta, sempre affrontata con ardore e  passione per la musica, per la poesia, per il teatro e l’impegno politico. Patti Smith, la 'sacerdotessa' del punk, colei che ha risollevato le sorti della musica rock conducendola ad una nuova vita e divenendo una delle più illustri rappresentanti di quel movimento che, a giusta ragione, venne chiamato 'new  wave', sbarca al Mu.Vi. di Modena con la sua band di stelle. Ad accompagnarla infatti, oltre al solito Lanny Kaye, ci sarà Tom Verlaine, voce e chitarra storica (nonché suo ex-compagno) dei Television. Disponibilissima nonostante il mito che la circonda, affabile e ben lucida nel riconoscere e denunciare i mali che circondano il frenetico vivere moderno, la Smith deve la profondità poetica dei suoi testi all’influenza che viene dagli scrittori della Beat Generation. Proprio da questo tema parto per la prima domanda...



Mentre Allen Ginsberg era sul suo letto di morte in agonia, tu eri li ad accompagnarlo nel suo ultimo viaggio leggendogli i "Cantos" di Ezra Pound. Posso chiederti quale in particolare? E soprattutto, quanta influenza ha avuto sulla tua maniera di scrivere la Beat Generation, di cui Ginsberg era un illustre portavoce?

Ho avuto l’enorme fortuna di avere come amici e maestri tutti i più importanti rappresentanti della cultura beat. Ho tratto tantissimo insegnamento dalla loro maniera di scrivere e vivere. Allen è stato un grande poeta ma anche un fervente attivista politico. E devo anche a lui il mio impegno in tal senso. Non ricordo esattamente quale poesia gli stessi leggendo in particolare, anche perché durante le lunghissime ore della sua agonia gli ho letto tantissime cose, da Blake a Pound a Orlowsky. Ricordo però che sul suo letto campeggiava un’enorme fotografia di Walt Whitman, suo grande maestro. Poi pacificamente, con al suo fianco Gregory Corso che gli chiedeva disperatamente di non morire, ci ha lasciati per sempre.

Cosa è cambiato a New York, la stessa città dove tu negli anni ‘60 facevi i primi esperimenti di teatro free form unito alla musica, rispetto ad ora, dopo l’undici settembre?

Essenzialmente è diventata una città molto più costosa, dove si fa fatica a vivere. Prima era più facile per la gente poter dare libero sfogo ai propri fervori artistici perché tutto era più economico e vi erano centinaia di 'factories' dove i giovani artisti potevano conoscersi e confrontarsi, anche senza troppo bisogno di tanto denaro. Io ho lavorato per anni in un negozio di libri, ho dormito sola nei parchi e nessuno mi ha mai dato fastidio. Adesso  esiste troppa disparità nella distribuzione del denaro, c’è gente che muore di fame per strada e gente che va in giro con borse di Chanel. In più esiste un clima di costante paura alimentato dall’amministrazione Bush, la quale invece di trarre un insegnamento positivo dalla strage delle torri, si è mossa solo ed esclusivamente ragionando in termini di vendetta, senza interrogarsi sul perché ciò era avvenuto, senza riflettere sulle proprie colpe.

Cosa pensi delle nuove leve del rock attuale? Secondo me hanno ereditato dalla tua generazione solo il 'divismo' da bambini viziati, così come denunciava il grande Lester Bangs, ma non la carica passionale e la qualità della musica.

Questo è vero ed è dovuto al fatto che i giovani vengono condizionati dal mercato, che pretende un certo tipo di musica. Pensa ad MTV. Vogliono e pensano solo ai soldi. Gente come me o Lester Bangs, pensava invece di ribellarsi allo show business, mentre le nuove leve trovano più difficoltà nel farlo. Vengono tutti un pò sfruttati. Il rock’n’roll deve riprendersi la sua voce e la gente deve capire che ha il potere di cambiare la politica, la musica, l’arte, basta solo che lo si voglia davvero. You know, people have the power..

A questo punto mi concedo il lusso di fare una domanda banale ma che comunque mi incuriosiva. Del resto non è che capiti tutti giorni di sedersi ad un tavolino con la 'sacerdotessa', quindi mi sono goduto tutti i privilegi del fatto stesso di trovarmi li con lei e, come se stessi parlando con una vecchia amica, le ho chiesto...

Patti, oltre che cantante e portavoce fondamentale di quel gruppo di band che diede vita alla new wave, tu puoi essere considerata a tutti gli effetti una poetessa. Ami la poesia e hai conosciuto molti fra gli scrittori americani contemporanei più significativi. Come nascono dunque i tuoi  testi?

Mah, diciamo che hanno diverse origini, cambiano a seconda del tipo di canzone; l’ultimo album ("Trampin", ndr) è stato per esempio completamente ispirato da un episodio tragico della mia vita recente e cioè la morte di mia madre. Ma non si tratta solo di questo; l’album è anche un pretesto per parlare del rapporto madre e figlia in generale, dato che anche io sono una mamma ed in quanto tale mi immedesimo in tutte coloro che quotidianamente perdono i propri figli laggiù in Iraq. In sostanza i miei temi nascono da sentimenti classici e attualissimi come la famiglia, l’amore ed il suo contrario, la guerra.

Oltre che musicista e poetessa, sei anche una brillante pittrice. I tuoi dipinti recenti hanno un pò perso il carattere sessuale degli esordi e la tua tecnica, all’inizio molto più 'grezza' e diretta, risente cospicuamente dell’uso dei moderni computer. Come è dunque cambiata la tua maniera di dipingere?

A dire la verità, utilizzo il computer solo per la rielaborazione in digitale di alcune fotografie. È invece vero che i miei quadri hanno perso parte dei richiami sessuali che caratterizzavano i lavori di trent’anni fa, ma questa è una naturale conseguenza del fatto che sono invecchiata, mentre allora ero nel pieno della gioventù, intenta a scoprire me stessa anche attraverso la liberazione sessuale. Attualmente sono più concentrata verso l’esterno e meno introspettiva. Molta ispirazione mi nasce dai terribili fatti dell’11 settembre e dal dolore delle tante famiglie distrutte. 

Ritorniamo alla musica. Esiste qualche gruppo che ti emoziona e che puoi considerare come erede della new wave?

Mio figlio!! No, scherzi a parte, non mi sento di dare un giudizio del genere: il rock’n’roll mantiene sicuramente inalterato il suo significato sociale, ma non so dirti chi è l’erede di quel grande movimento che è stato la cosiddetta new wave, non sta a me dirlo.

Beh, comunque saprai sicuramente che le ragazze che fanno parte del 'Rock Riot', ti ritengono indiscutibilmente la loro ispiratrice e maestra...

Certo, e in questi giorni dovrò volare a Seattle dove mi consegneranno un premio di riconoscimento. Che carine!

Finita l’intervista non posso non chiedere a Patti di concedermi alcune foto con lei, anche se il tempo era poco e doveva raggiungere Tom Verlaine e Lenny Keye per il sound check, che naturalmente ho seguito interamente. Era un’occasione che non potevo perdere. Ma un ricordo che difficilmente potrò cancellare dalla mia mente sono stati quei suoi fantastici ed espressivi occhietti, che tenuti quasi perennemente socchiusi durante i trenta minuti che mi erano stati concessi, stranamente si aprirono e mi sorrisero quando le chiesi un autografo sulla mia personale copia dei "Cantos" di Pound. Il concerto in serata  è stato qualcosa di galvanizzante: nonostante il funesto ed ingiusto scorrere degli anni, Patti ha conservato interamente la sua voce graffiante, come ai bei tempi di "Horses". E dire che sono passati già trent’anni...




Claudio Nigri

Contro l’usura nessuno ha solida casa
Di pietra squadrata e liscia 
Per istoriarne la facciata
Con usura 
Non vi è chiesa con affreschi di paradiso
Harpes et luz
E l’Annunciazione dell’Angelo
Con le aureole sbalzate
Con usura
Nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
Non si dipinge per tenersi arte 
In casa, ma per vendere vendere
Presto e con profitto, peccato contro natura
Il tuo pane sarà straccio vieto
Arido come carta,
senza segala né farina di grano duro
usura appesantisce il tratto
falsa i confini, con usura
nessuno trova residenza amena.
Si priva lo scalpellino della pietra,
il tessitore del telaio
CON USURA

CANTO XLV
di Ezra Pound

venerdì 16 dicembre 2011

Trenta secondi e cinquanta millimetri.





New York, New York. 

Meraviglia e stupore, incredulità e cuore che scoppia nel petto travolto dalle emozioni che non conoscono fine in questa città.
New York, città delle casualità, che sembrano non venire mai sole ne per caso ma inseguendo il tracciato dei tanti puntini in sospeso che abbiam disseminato lungo le nostre vite. Tralascerò la forma e scriverò con la forza del ricordo sorprendente, per mantenerlo vivo. Lo farò fino a quando la mia mano non farà male e fino a quando non sarò diventato cieco dopo aver passato in rassegna quasi ottocento foto che selezionerò per dare ancora più forza alle parole. Chiamatelo anche foto reportage ma quel che mi interessa è poter solo riuscire a trasmettere quel senso di bellezza non solo estetica, che ha anche la sua importanza, ma soprattutto emotiva, un senso di benessere armonioso dovuto alle persone meravigliose incontrate e le storie vissute.  Storie rocambolesche da sembrare inventate, coincidenze misteriose, emozioni che si incendiano nel petto fino a fare male e traboccano dalla gola fino quasi a strangolarti in una pioggia estatica.
Questa è stata per me New York. 
Ma la cosa che ha contraddistinto il "viaggio", è stato un senso di amore e armonia che mi ha pervaso continuamente, dalle lacrime che versai a Central Park solamente per aver visto un raggio di sole riflettersi sulle foglie gialle di un albero in riva al laghetto, fino al calore degli esseri umani qui incontrati.  C'è tanto da raccontare, incomincio con il classico sfondo del Brooklyn's Bridge, dove io e Lorenzo, ognuno in preda al proprio disagio creativo, ce ne andammo a scrivere con la luce, in una uggiosa serata dove chiacchierammo a lungo di "pigrizia consapevole", "intelligenza laterale", "significati e significanti". 
Entrambi vivi e soprattutto CONSAPEVOLI di esserlo.
"Saggio è colui che riesce ad essere bambino due volte"
Eraclito (ma avrebbero potuto diro tranquillamente anche Deleuze o Leskov).





Il bianco ed il nero, ma perchè?
Prima di tutto, mi piace. Mi esalta, è senza ombra di dubbio (ma questa è una opinione personale e credo che le opinioni personali lascino il tempo che trovano, pur essendo affascinanti ed in alcuni casi divertenti!) più elegante, più bello da vedere. Il bianco e nero ha stile, ha carattere, è affascinante perchè lascia più immaginare che vedere. Da più spazio alla creatività pur mantenendo un tono distaccato, in alcuni casi presuntuoso e pretenzioso. Sembra voler descrivere la realtà con molta più semplicità di come lo faccia la foto a colori ma non illudetevi! Si sta prendendo gioco di voi! Il bianco e nero è un arrogante ma adorabile brontolone e finirete per volergli bene.
Se fosse una figura retorica sarebbe l'understatement.
Poi vi è una componente teorico filosofica; fondamentamente, il colore, non esiste. Il colore è una illusione disegnata dalla luce, il colore è come la coscienza, ossia un pittore impazzito che fa un pò quel che gli pare con la tavolozza, facendo apparire come reale solo ciò che a lui sembra reale. Il colore ride alle nostre spalle quando lo apprezziamo, come un gatto opportunista. Il colore fa apparire vero ciò che non lo è, il colore è un imbroglione, almeno secondo gli schemi logici. E quello he vogliamo fare io e Lorenzo, è rompere le logiche. Relative e fuorvianti. Quindi forse, alla fine, magari il colore ha ragione lui, la sa più lunga. Chissà.
Poi c'è un motivo puramente emulativo.
Con il mio obiettivo di 50 mm mi sentivo (o mi piaceva sentirmi) come un Cartier Bresson alla ricerca del momento perfetto da immortalare. Si, credo che a volte, un pò di fanatismo ben dosato non sia poi totalmente negativo.





Le finestre dei grattacieli, piccionaie dove le persone si affannano per produrre beni spesso innecessari, filtrate attraverso trenta secondi di esposizione, diventavano una volta entrate nel diaframma, delle stelle luminose, tutte polari, tutte ansiose di indicare un cammino qualsiasi ma parimenti valido e sicuro.  Il ferro del ponte, vivido e lucido, le scie continue e lineari dei ferry, il cielo oscuro della sera e la luce perfetta dovuta anche ad una patina di nebbia fine ed una pioggerella lieve, avevano il potere di farmi appassionare nuovamente alla vita e agli esseri umani, cose queste dalle quale mi ero autocensurato da diverso tempo, incapace di comprenderle(gli) e comprendermi. Sentii di nuovo la curiosità effervescente scorrere copiosa nei canali della mia testa e mi sembrò di essere tornato a quelle estati della mia fanciullezza, quando scendevo giù per le scale di casa con il pallone e correvo con la mia bicicetta dagli amici per giocare tutto il pomeriggio.
Questa volta il pallone era la mia macchina fotografica e la bicicletta, il mezzo cioè per raggiungere fisicamente la felicità, era il meraviglioso contorno che mi circondava, silenzioso, discreto ma potente, dotato di grandi doti oratorie nonostante, paradossalmente, il suo silenzio.
E la felicità, la tanto agognata felicità, non mi sembrava più mera illusione, ne la fine di un dolore o la fine di un desiderio, ma qualcosa di reale e potente, da godere consapevomente e pienamente nell'attimo in cui la si sente, quell'attimo che svanisce ne momento stesso in cui esiste, quel punto di congiunzione che unisce il passato ed il futuro, quel "cayros" che diventa "ayon" o tempo eterno, fottendosene di "chronos" con i suoi limiti, le sue illusioni e il dolore che causa in tutti noi.
Non stavo facendo altro se non vivere quell'attimo, senza curarmi di quello che sarebbe venuto subito dopo o quello cha avevo appena terminato di vivere.
Fu avvolto da queste emozioni che capii profondamente, per la prima volta, il Carpe Diem o gli insegnamenti di Gautama.






to be continued...

mercoledì 10 agosto 2011

Il maestro appare quando l'allievo è pronto.

Vivere con serenità è possibile.

-vivi con Consapevolezza

-elimina l'Io di rappresentanza, l'Io mondano

-sciogli le catene della schiavitù del desiderio, della volontà effimera

-elimina nell'amore il concetto di "possesso"

-evita gli abbagli, le illusioni, le bugie del "genio della specie"

-essere, non solo esistere

-vivi senza aspettative o senza il bisogno di risultati specifici

-riconosci l'attimo (che svanisce nell'attimo stesso) e sii capace di viverlo

-non esser schiavo delle tue parole, riconosci la limitatezza (e l'arroganza) delle opinioni, sii
padrone dei tuoi silenzi.

-l'ultima libertà, è quella spirituale.

mercoledì 20 luglio 2011

Amore in latino vuol dire "senza morte", in sanscrito "avidità".

Al parco del Miramar, un lungo ed atteso sospiro,
Ascolto paziente ciò che il fico di fronte a me e la sua resina gommosa ha da raccontarmi,
E la vita mi stupisce ancora una volta, io mi inebrio con lei.

Un dubbio d'amore mi sfregia l'anima e mi squadra con un ghigno,
Ma anche lui mi è dolce, e distogliermi non può
Dalla certezza d'esser parte dei cicli.

Chiudo gli occhi e il monte del Tibidabo ingrossa i suoi rilievi nel tentativo di conquistarmi,
I cespugli resi ebbri dal sole mi salutano mossi da uno scirocco caldo,

Ed io, consapevole, mi illumino vivendo l'attimo svanito.

giovedì 12 maggio 2011

L'identità, il fraintendimento dell'essere con sé stesso.

Chino la testa sul mio quaderno, stringo una penna nella mano. È tanto tempo che ormai non scrivo più niente. Il nulla più desolante si era impadronito di me. Vittima della ragione, sempre insufficiente e causa solo di deliri e dolori. Vittima dell'ego insulso e mondano, del ruolo, della necessità di associarmi sempre a quello che i contesti mi richiedevano. La vita è una puttana ma l'ego è truffaldino.
"Sono" giornalista, "sono" architetto, "sono" avvocato. Ma avete mai pensato alla mistificazione che si nasconde dietro l'utilizzo della parola ESSERE. Cosa sei, cosa siamo? Sei un amministratore delegato, un medico? Spogliato di queste maschere cosa sei? L'essere è il divenire delle nostre contraddizioni, mentre il mio era solo un tentativo vano di cercare la coerenza quando l'unica cosa che abbia valore è l'incoerenza.

Il vuoto che si era impadronito di me e spogliato di ogni sentimento, anche del semplice emozionarmi con una mattina soleggiata di maggio, era così angustiante (ma poi rivelatosi fittizio) in quanto una derivazione malata del mio egoismo. Mi sono affacciato tante volte alla porta di me stesso in questi anni ma mai nessuno si era preoccupato di aprirmi. O di rispondere alle mie urla. Ma quando il propietario di casa ha deciso di farmi entrare nel salotto buono delle mie personalità, ho trovato una sala senza mobili. Perchè mi stava ospitando nella stanza dove fino ad allora aveva dimorato la mia coscienza ed auto coscienza. La stanza di un ribelle di lusso, di un libero pensatore senza disciplina ma soprattutto uno schiavo dell'identità. Uno schiavo delle apparenze, un presunto umanista che non si preoccupava di ascoltare gli umani. Uno schiavo della proiezioni e delle auto proiezioni, imprigionato non dalle catene ma dalle vertigini del vuoto e dell'illusione. Ho fallito tante volte nell'identificarmi, o nel tentativo di essere identificato, ho dormito per anni convinto di essere il depositario di una filantopica e seducente umanità. Ma l'errore stava nell' aver sempre ragionato in termini di egoismo e non di consapevolezza. Come guidare in autostrada con la terza.
La consapevolezza. Essere padroni di se stessi e riconoscere il Sé, non l'Io, riconoscere in questo eterno ritorno che noi "siamo", "esistiamo" solo fuori dal campo di concentramento delle limitazioni, sociali e soprattutto personali. Niente a che vedere con Sartre, solo una illuminazione che mi permette di trascendere dall'illusione dello status, del ruolo, dell'io rappresentante ed effimero, affamato ed avido. Vivere pienamente ogni istante senza frenesie. Essere nell'attimo. L'attimo che svanisce, l'attimo eterno. Consapevoli d'averlo vissuto.
Scusate miei amici, scusate gente tutta, spero che possiate perdonare il mio sonno. Mi sento molto più in armonia con i miei malesseri. Adesso capisco ancora meglio la frase di Whitman che mette sullo stesso piano le costellazioni, l'uomo e una foglia d'erba.
Fuori c'è una deliziosa pioggia primaverile.
Esco senza ombrello e le gocce d'acqua mi scendono sulla nuca, provocando leggeri sussulti e contrazioni dello sterno. Il concerto di bossanova sarà già cominciato o forse non è mai finito. Le chitarre suonano dall'alba dell'eternità e non cesseranno ora. Cammino e vedo la gente affannarsi per cercare un riparo ma io mi sento pioggia in questo momento. Non vivo nel tempo cronologico, non mi appartiene più.
Ve lo cedo volentieri il vostro tempo a voi gente morta, anime sospese nell'eterno ritorno, fratelli di inquietudine e compagni di sbronze.

Non mi appartiene più.

mercoledì 1 dicembre 2010

"Quando si basta a se stessi si raccoglie un frutto maturo: la libertà"

A volte sono portato a vedere la mia vita, questa cosa così misteriosa e senza senso, come una parete opaca e larga sulla quale è stato composto un mosaico bellissimo. Ecco la mia vita è quella parete e quel mosaico è il suo significato.
Purtoppo però il mosaico è stato ricoperto da una vernice bianca avorio che non lascia più vedere la complessa eleganza, il buon gusto, le linee decise, i colori vividi del mosaico.
Poi ci sono le casualità.
Le casualità in questa parete, sono le parti in cui la vernice si scrosta, lasciando intravedere cosa sta sotto, ossia stralci di verità. Le casualità bellissime che ci mandano messaggi difficili da interpretare ma che se ci riuscissimo, potrebbero illuminarci il cammino, spesso scialbo, banale, insopportabile. Così da riuscire a sentirsi qualcosa di diverso rispetto a marionette inanimate nelle mani del destino.

lunedì 8 novembre 2010

Canzone Spontanea.

Lam Em7

Ho trovato tante strade lungo il mio cammino
Ho provato tante volte a seguirne il declino
Ho incontrato tanta gente e non sapevo che dire
Ho incontrato tanta gente e volevo fuggire

Ho creduto che imprecare mi potesse bastare
Ma ho notato che la rabbia continuava ad aumentare
Ho cercato un compromesso che potesse allietare
Le giornate che scorrevano sempre più amare

Ho creduto che dell'altro mi potessi fidare
Ma qualcosa in cambio la dovrò pure dare
Per sfuggire al tormento del quotidiano pensare
Son scappato nel mio mondo dove posso sognare

Qui le leggi le detto solo io
Qui le leggi le detto solo io
Qui le leggi le detto solo io.

A.D. 2004, Modena

venerdì 29 ottobre 2010

La ceramica non fa ridere (La morte del celibe).

Ho un invincibile, istintivo desiderio di ficcarmi sempre nelle situazione più complicate fino a quando un colpo di fortuna puntuale me ne tira fuori. Mi caccio sempre in quei contesti non "socialmente accettati", nella continua disperata ricerca del contesto più indicibile, più immorale, più estremo. Gli sfondi più di basso livello (secondo i punti di vista soggettivi), sempre alla ricerca di ciò che è sporco e irraccontabile. L'estetica, il bello della bassezza. Non avere limiti imposti o attegiamenti impostati. Gettarsi a braccia aperte nel limbo della vita dura, e trarne goduria. L'aspetto truce e meschino, io vivo fra ubriachi ed emarginati, fra i derelitti e i casi umani, fra le nebbie di fumo e la puzza della frittura, fra il vino stantio e appiccicoso e fra i vaneggiamenti dei dimenticati da Dio. Laddove non ci sono le convenzioni, dove l'abitudine è la sofferenza. Io canto tutti voi, perchè potrei essere voi e perchè voi siete me. La mia anima si illumina e il mio sangue scorre lungo le rughe degli emarginati, nelle vene violacee degli ubriaconi perchè è li che c'è la verità. La verità censurata dalla paura dei non umili. È li che c'è la vita che palpita, è li che ci si trova davvero a fare i conti con se stessi e quindi si decide per se stessi. Comprendo tutti coloro che sono sospinti solo dal senso di autoannullamento, l'autoannientamento. I profeti urbani della instabilità e della ferocia della società.
Le loro vite fatti di istanti che si annientano l'uno dopo l'altro in una lenta agonia. Una ruota che presto finirà di girare. Potrei essere te, tu potresti essere me. Siamo la stessa cosa e canto te e piango te e soffro con te. Solo alla fine di questo vortice tumultuoso sapremo chi avrà avuto ragione. E sono certo che saranno finalmente i disadattati a trionfare. Il fiume della Storia spazzerà le lacune democratiche e ci sarà giustizia. E vivremo tutti felici, redistribuendo, compassionevoli, quello che si è sempre rubato. Sarà allora che capiremo che è stato solo una mastodontica opera di autolesionismo privo di alcuna finalità ascetica.
Io nel frattempo guardo il mio bicchiere vuoto, il libro aperto a metà, la coppia seduta di fronte che si palpeggia i genitali, la cameriera che prepara cocktails e lo studente che legge Keynes, le persone che vendono il proprio corpo ma sono ben attente a non cedere nemmeno un pezzettino della propria anima e lotto contro il circolo di ferro delle parole che mi condannano ad una sterile inespressività, incapace di descrivere la mia "nausea dolciastra".
"Lui, il celibe, non avendo vissuto che per sè stesso, non aveva nessuno vicino al suo letto di morte".
Io, per quanto cammini fuori da me stesso vedendo la mia vita in terza persona, so perfettamente che tutto questo finirà. mi è già capitato altre volte.
Mi godo tutto questo, fa parte del gioco.

martedì 5 ottobre 2010

Questo boccale di birra non esiste.

Ho come l'impressione ultimamente, che Barcellona sia una puttana ed io il suo miglior cliente. La parte peggiore è che sono innamorato di lei. O almeno vorrei fosse amore.

sabato 3 ottobre 2009

Puoi arrivare a sopportare molte cose nella vita ma non ad un Maurizio Belpietro che accusa Giorgio Bocca di non saper fare giornalismo. In italia si stanno travalicando da tempo i limiti del buon senso e della ragione. Per non parlare della mancanza di vergogna.
Bocca, perdonalo perchè davvero non sa quello che dice. La cosa peggiore è che ovviamente, sa esattamente ciò che dice per cui perdonalo facendo uno sforzo ancor più grande, turandoti il naso ancora più forte. Sembra un uomo grasso e vanitoso che si crede un Adone e poi non riesce neanche a vedersi l'uccello.



A volte si è erroneamente portati a credere che una delle cause dell'infelicità, o meglio dell'insoddisfazione a livello strettamente personale, sia legata alla mancanza di conoscenza di sè stessi. Ma non conoscersi può essere un bene se, arrivati finalmente ad avere pressochè l'idea di chi realmente siamo, ci si scopra mediocri, finendo quasi per disprezzarsi.



A Montserrat, un paesino nei pressi di Barcellona, si trovano due monasteri pressochè adiacenti. Anni e anni fa vi vivevano dei frati in uno, delle monache di clausura nell'altro. gli abitanti dei due conventi non potevano vedersi per ovvie ragioni. Oggi ho raccontato un segreto ad una persona che non conosco davvero. Non sono preoccupato per il contenuto in sè delle cose che ho detto, se non del fatto che io sia adesso una persona ricattabile.

"-Mi sembra di trovarci in una situazione, come dire, ambigua"

"-Non vedo di cosa tu ti possa preoccupare, ci sguazzi nell'ambiguità".

I due luoghi di culto comunicavano attraverso un lungo cunicolo sotterraneo. La gente ha sempre mormorato ma nessuno ne aveva mai avuto le prove. Fino a quando non trovarono in quei bui anfratti, i resti dei corpi di infanti murati vivi.

Bee, dopo tre notti insonni ha scritto un racconto e mi vuole parlare. Io continuo a svascellare nei mari dei controsensi, della demagogia, della pigrizia.

sabato 16 maggio 2009

Allegria.

Mi sono rotto il cazzo dei fanatismi, a qualsiasi livello o sotto qualunque forma essi si manifestino. Mi sono rotto il cazzo dei pregiudizi che condizionano le persone, mi sono rotto il cazzo del banalizzare continuamente, mi sono rotto il cazzo della grossolanità e della cafonaggine politica, mi sono rotto il cazzo di fare e ricevere promesse che non verranno mai mantenute, mi sono rotto il cazzo del libertinaggio fine a sè stesso senza che esso produca arte. Mi sono rotto cazzo di essere sballottato da compagnia a compagnia e non avere mai un buon contratto o un salario decente. Mi sono rotto il cazzo di innamorarmi delle persone sbagliate e che le persone sbagliate si innamorino di me. Mi sono rotto il cazzo della ciclicità e della religiosità del concetto "coincidenze spazio-tempo". Mi sono rotto il cazzo di non avere un'idea. Mi sono rotto il cazzo di trovarmi nelle spiazzanti situazioni in cui non sai che fare. Mi sono rotto il cazzo di cominciare e ricominciare sempre daccapo e non avere mai un vero fine.
Mi sono rotto il cazzo di volere senza potere, di dire senza fare, di non far seguire un fatto concreto ad un concetto teorico. Mi sono rotto il cazzo della aleatorietà e di quelli che sono convinti di essere il detentori della Verità e considerano al resto della società una massa informe da educare.
Perlomeno cercassero un totalitarismo più di moda in questi tempi.
Quando un uomo vuole qualcosa, gli si parano innanzi due opzioni: cercare una strada o cercare una scusa (e così plagio anche il Melissari).