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martedì 14 agosto 2012

"Temete come mortali tutte le cose, e come immortali le desiderate".


Siate Vino! Nutritevi di rose, curiosità e dubbi!

Sorprendetevi sempre, sgranate gli occhi come bimbi! Ma siate capaci di ritrarvi, di allontanarvi dalle beffe amare della falsa cosapevolezza, o della psyche negativa, della sofferenza che proviene dal desiderio, quello fittizio, la sopravvivenza per la quale i mortali si uccidono, come se non fosse già tutto transitorio.
Non ne siate schiavi, spazzate via l’ego, spazzatevi via! Ma siate attivi allo stesso tempo, non dimenticatevi, fate di voi dei capolavori, la cosa più importante. Quello che vi spacceranno per egoismo, è invece un chiaro esempio di annullamento del concetto di “sé stessi”. Il grande sogno della libertà, quella non “di” e nemmeno “da” ma la Libertà, consiste solamente nell’esprimere il vostro potenziale.
Ma dovete accettare anche l’idea che questi sforzi siano inutili. Perchè una volta annullato l’Io cosi da esprimere il meglio di ciò che credete essere la coscienza di voi stessi, anche se finalmente liberi vi ritrovereste comunque di fronte al vuoto, al nulla, al deserto. Il deserto per aver abbandonato la  vecchia coscienza del vecchio Io rappresentante. Accettate questo e diventerete liquidi e adattabili, vi renderete padroni delle vostre vite. Non pensiate di aver vissuto a lungo solo per i vostri 199 anni di esistenza morta.

giovedì 5 aprile 2012

Silenzi, pause fra note. "A cosa si dedica lei?"

Io mi dedico alla ricerca e alla diffusione dell'Amore e della comprensione. Io mi dedico all'ascolto delle voci dei bassifondi, dei reietti, dei rifiutati dalla società che non rincorrono lo status. Io mi dedico all'osservazione del respiro e alla destrutturalizzazione del concetto fittizio di Io, L'Io mondano, di rappresentanza, frivolo, illusorio, ipocrita e civettuolo. 
Io mi dedico alla ricerca del Sé ma non fuori, dentro di me. Io mi dedico alla ricerca delle armonie fra le vibrazioni, da quelle dell'Universo di Pitagora fino al sax di John Coltrane. 
Io mi dedico alla armonica fusione fra cosmo e microcosmo. 
Io cerco gli attimi eterni dove risiedono le anime e la felicità dell'amore non egoistico, nei silenzi che intercorrono fra le note. 
Io mi dedico alla poesia e la poesia mi fa schifo, alla scrittura con la luce, alla trascendenza dai bisogni che ci imprigionano vendendo l'illusione di esser liberi. Da cosa o di cosa non si sa. 

Non rincorro niente, non fuggo da nulla.

Io mi dedico al vino e alla musica, l'unica forma d'arte che fa sembrare la Morte non un dolore, ma come il risveglio in un altro mondo di luce eterna ed eterna serenità. Con lo sguardo perso, attonito, come di uno che sembra esser appena tornato da un altro luogo, la vita appunto; vita che arrogantemente pretendiamo di essere coscienti di esistere, disprezzandone o non riconoscendo gli attimi davvero significativi, amplificando le frivolezze, autoinfliggendoci dolore gratuito e superfluo. 
Io mi dedico a smentire, senza crederci troppo, ridendo della loro ipocrisia e della mia, avendone di entrambi pietà e compassione, i falsi moralisti che condannano il tabacco e la psicotropia e poi muoiono stroncati da un infarto dovuto allo stress da lavoro ed ai ritmi della catena di montaggio; che si imbottiscono di psicofarmaci, tranquillanti e novalgina; o vengono divorati da un cancro dai tentacoli di diossina nato solo dall'avidità dei padroni che producono acciaio e distruggono le mie terre.
.Io mi dedico a seguire le coincidenze che regolano l'Universo, senza mai poter capire, e senza neanche tanta voglia di provarci, se si tratta tutto, in fin dei conti, di libero arbitrio o di messaggi che giungono da chissà dove per "spiegarci" chissà cosa. 
Io mi dedico all'ascolto dei saggi e al rifiuto, con ironia sempre, delle parole vuote dei sapienti, degli addetti ai lavori, dei tecnici, degli usurai istituzionalizzati, dei professionisti. 
Io mi dedico all'amore delle donne, misteriose e rivelatrici al tempo stesso, cercando di non cadere nelle trappole della vanità e delle manie della possessione. 
Io mi dedico a rincoglionire la gente e me stesso di parole e luce, a creare silenzi fra le parole a non credere ai significanti e a non prendermi mai troppo sul serio quando faccio o penso certe determinate cose. 
Nel tempo libero lavoro o cerco lavoro, rifiuto il sociale di Stato, prendo a calci in culo me stesso, bevo vino contadino rosso e robusto e mi nutro di rose.
Io, io, io ma basta!! Di quale io poi?! 
Ma parliamo un pò di Lei invece............

martedì 20 dicembre 2011

Kocham Cię/A funny afternoon on a Bedford's roof top.






Lasciarsi attraversare e vivere le cose più impensabili in una tranquilla e soleggiata giornata a NYC. Come ritrovarsi in cima ad un tetto dalle parti di Bedford avenue, quartiere di hipsters, artisti o semplicemente di gente che ama mettersi in mostra, con una splendida modella di origini polacche a fare foto. Tutto è nato per il puro e semplice divertimento, accompagnato da una dolce vanità. Bellissima e fotogenica, abbiamo cominciato il photoshooting entrambi un pò imbarazzati, prima di entrare in una confidenza sempre più aperta, mentre io cercavo, con il mio fedele obiettivo da 50mm, di essere "invisibile".








Sveglia alle 8.00, colazione abbondante all'americana, tre uova, bacon, pane tostato, burro e succo d'arancia. Un caffè ed un saluto alle simpatiche cameriere messicane del bar di fronte all'ostello e via verso nuove avventure. La sera precedente era stata la notte delle magiche casualità che regolano l'Universo e oggi i piani erano di lasciar fare al destino il suo corso, cercando solo di immaginare quali storie sarebbero potute capitarci. Il quartiere dove vivevamo era una zona residenziale, case basse e strade parallele, drugstores, e supermercati che vendevano solo prodotti XXL, ristorantini luridi dove ogni mattina bisognava scansare il capello della cuoca dalla frittata, che puntualmente, maniacalmente, cadeva nel mio piatto. Un quartiere interamente abitato da gente di colore e qualche sudamericano; io e Lorenzo eravamo gli unici "etnicamente differenti". Mi piaceva tanto essere considerato la minoranza. Dopo i primi giorni in cui i residenti ci guardavano con occhiate di sospetto, occhi intriganti che studiavano i nostri gesti e movimenti, ci rendemmo conto di esser stati "accettati" dalla comunità quando tutti i vicini cominciavano a salutarci, dal proprietario greco del ristorante di fiducia, ai due signori che ogni giorno giocavano a domino nel cortiletto della propria casa, fino a Kenny, il barbiere più perfezionista al quale abbia mai affidato i miei capelli. Poi via di corsa in metro fino a Bedford, uno slalom fra i venditori ambulanti di libri, vestiti e opere d'arte pop a volte splendide, bistrot alla parigina, negozi di vintage dove comprare elegantissimi cappotti a soli 20 dollari, quando, per caso, mentre fotografavo la vetrina di un negozio chiamato fellinianamente Amarcord, sentiamo una voce gridare il nome di Lorenzo.
Ci giriamo, erano Roza e Zuza. Due sorrisi ammalianti, illuminati dal sole che avevano di fronte, irradiarono il nostro pomeriggio bighellonante.





 

Fare le foto è come fare all'amore; nel secondo caso, se non sei in armonia con il tuo uccello e con la tua donna, otterrai solo scarsi risultati; identico discorso per la fotografia su soggetti. Sostituite però al pene la macchina fotografica. Almeno così credo, non essendo fotografo "professionista".
Di fatto con Roza si venne a creare una bella complicità. Dopo aver superato l'imbarazzo iniziale, dovuto all'avvenenza di lei e al fatto che non avessi la più pallida idea di cosa fare e da dove cominciare, ho tirato fuori una delle mie "riconosciutissime doti", quella cioè di improvvisare cazzate fingendo una apparente sicurezza nonostante non abbia la più pallida idea sugli argomenti, contesti o situazioni. Presi la camera e cominciai a scattare, abbastanza di fretta perchè il sole era a punto di tramontare e non avevo con me luci artificiali. Tutto scivolò via armoniosamente, incominciammo a giocare con gli sguardi e con i gesti, inseguendoci in un acchiapparello digitale. Presi confidenza e lei si sciolse in libertà.
E tutto fu, meravigliosamente naturale.








Thank you Roza.

giovedì 9 dicembre 2010

Così è, se vi pare (1).

La casualità, la mia divinità preferita. Molto più intrigante ed affascinante di Afrodite, ancora più divertente di Dioniso. La casualità e le sue rivelazioni improvvise che lasciano senza parole demolendo il libero arbitrio. Le magiche correlazioni fra musica, libri, luoghi e anime umane che da anni sembrano susseguirsi durante l’esistenza apparentemente senza un senso logico. La casualità, quando tutto intorno sembra navigare a vista come un ubriaco che non può più sorreggersi e cerca un palo dove appoggiare la testa, arriva da me come l’ultimo bicchiere di whiskey che non avrei dovuto bere e mi stordisce e mi invita a domandarmi che diavolo di connessione ci potrà mai essere fra la mia sensibilità intellettuale e quella di altre anime, artisti e vagabondi, puttane, amici, antichi monaci tibetani. La casualità, cinica stronza, dolce amante e ambrosia inebriante, sembra scegliere con cura il momento in cui far piombare nella mia vita un libro, una musica, un’altra anima sensibile con il preciso intento di lasciarmi senza parole di fronte all’esistenza.

L’esistenza.
Vivere da mesi come in una sorta bolla di sapone, un torpore fatto di domande senza risposte, di noia e di nulla, di vuoto esistenziale terrificante, di silenzio improduttivo. Credere, per un eccesso di vanità, di essere il solo a provare questo vuoto destabilizzante, questo doping emotivo. Poi entrare in una libreria dell’aereoporto di Roma di ritorno da Istanbul, terra dove gli opposti che regolano il mondo convivono in armonia e scontrarsi contro il duro muro della propria ignoranza. Il caso, il fato, mi mise fra le mani “La Nausea” di Sartre. Fu così che, leggendo quelle pagine dure, trovai qualcuno che riusciva a dare un’ espressione verbale ai miei tormenti, capii che la casualità che mi fece tuffare le mani in quello scaffale di libreria era si cinica, perchè aveva scelto il momento adatto ma agiva a fin di bene. Parafrasando Italo Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore” (che, anche qui per puro caso avevo con me in valigia,) bisognava interpretare questa ennesima coincidenza come un messaggio che il mondo voleva offrirmi per comunicarmi qualcosa. Cosa poi volesse comunicare in quel momento non mi è ancora dato saperlo. Forse voleva dirmi che la vita un senso ce l’ha. Deve averlo cazzo. Mi accadde la stessa cosa quando ascoltai i Television e John Coltrane. Trascesi. Risi da solo.

Avvertivo gli stessi turbamenti di Roquetin ma non sarei mai riuscito ad esprimerli come Sartre 80 anni fa. La casualità, spinta dal suo istinto goliardico, dal suo immaturo sarcasmo, venne a farmi visita. Sia per non farmi sentire solo sia per far riapprodare il mio ego verso i lidi tranquilli della modestia, dubbiosa e compassionevole. E per farmi sentire sempre più ad un passo dalla follia. Una edonistica e dolcissima infermità.

Stesso discorso vale per Philip Roth. La mia mente era da settimane coinvolta in una tempesta emozionale. Nella testa come in un frullatore si agitavano i turbamenti dovuti al senso di incomunicabilità che sentivo con gli altri esseri umani, l’impossibilità di capirsi a fondo. Io non capivo loro, loro non capivano me. Niente di trascendente. Sono solo le storie di vita che ognuno di noi porta dietro le proprie spalle e che ignoriamo a vicenda, che ci faranno sempre essere delle isole lontane l’una dall’altra. Animali individualisti e soli le cui alienazioni non coincideranno mai, per mancanza di volontà o per egoismo o perchè si è gia troppo stanchi delle proprie sventure per trovare la compassione di ascoltarne delle altre, perchè penseremo sempre di essere i depositari della verità, gli unici ad aver veramente vissuto “esperienze” significative e grandi “sofferenze”, perchè saremo sempre degli insoddisfatti . Perchè abbiamo paura del giudizio avverso, abbiamo paura dell’ anticonforme alle regole pseudo morali (cosa è la morale poi, non si sa), per terrore all’isolamento. La superficialità e la comodità che spesso regolano le relazioni fra le persone erano il nuovo tema che faceva da sfondo ai miei malesseri esistenziali.

Ci si ferma sempre davanti alla superficie senza provare a fare un passo in più e si giudica ciò che si vede a prima vista, tralasciando tutti i processi e i contesti ed il cammino che hanno portato ogni essere umano ad essere quello che è. Ci si limita al fallace giudizio dell’impressione mossi dallo spirito di conformismo, sbarazzandoci di tutte le discriminanti e le infinite possibilità, altrettanto o no casuali che definiscono ognuno di noi. È meglio avere un’idea accettata dalla comunità, è meglio avere amici fittizi piuttosto che essere soli. Ci si affida a giudizi affrettati, alle proiezioni dei nostri egoismi e della nostra limitata visione della realtà. Atterriti dalla paura di non essere uguali e dunque soli, convinti che una visione più approfondita delle cose che ci metta di fronte a noi stessi, ci possa allontanare dai porti sicuri della uniformità. L’uomo quando pensa è solo e la solitudine atterrisce. I (pre)giudizi rispondono solo al desiderio di volerci sempre spiegare tutto secondo il nostro punto di vista, il nostro Io. L’inutilità della comunicazione dovuto al fatto che quest’ultima sia viziata e corrotta dalle nostre “infallibili” supposizioni.
Ed io mi ero rotto le palle di essere un animale sociale utile solo a sè stesso.

Quando i miei tormenti arrivarono al culmine e la mia arrogante vanità cominciava nuovamente a mostrare il petto, non contenta delle sue continue sconfitte inflitte dalla ragione e dal caso, mentre vagavo per una libreria le mie mani si poggiarono su “Pastorale Americana”. Mi si aprì nuovamente un mondo che già conoscevo ma che non sapevo bene come spiegare. Di nuovo mi si regalò il piacere di non sentirmi solo.
Ho attraversato tante fasi esistenziali e ho indossato tante maschere sociali prefissate. Mi sono sentito per tanto tempo un nichilista senza mai sapere bene cosa questa parola significasse. Il fato, vigile come sempre, conoscendo al mia passione per il buon vino, mi fece incontrare Veronelli, dolcissimo anarchico, che mi aprì le porte verso il Socialismo Utopista, verso “I Demoni” dostoevskijani e poi, finalmente il maestro, Ivan Turgenev. “In Padri e Figli” era spiegato tutto, dalla mia inconsapevole critica al positivismo fino alla relazione con mio padre.
Ancora una volta mi strinsi nelle spalle, sulle mie labbra si dipinse un ghigno di misteriosa soddisfazione e mi rassegnai a dichiararmi sconfitto nuovamente, pur trovandomi in ottima compagnia.
Quando avvengono queste casualità, non posso fare altro che sgranare gli occhi e gridare “Wow!”. Mi sento tanto vivo in questi momenti.

Altre ossessioni:il silenzio e la ciclicità. Il silenzio alla base del Big Bang, il silenzio come origine del tutto, il silenzio come preludio ad una detonazione imminente, il silenzio fra le note che è lo spazio fisico dove l’anima risiede, il silenzio come discriminante essenziale affinchè vi sia la musica, il ritmo del silenzio che non riusciamo più ad ascoltare. I silenzi che si creano su un palco fra muscisti, quando il trombettista ha finito il suo assolo e guarda per un attimo il sassofonista che sta per attaccare il suo. Quella sospensione mistica che li fa galleggiare sospesi a mezz’aria fra pentagrammi e sincopi e quel silenzio teso che si crea. Il silenzio come vera forma di comunicazione. Il silenzio e la ciclicità delle cose umane. L’infinito ripetersi delle vicende, l’incapacità di apprendere da questa verità, il movimento circolare che è alla base dell’universo, il panta rei ma anche il “tutto torna”. I pilastri di una morale che credevo solo mia e invece è vecchia come il mondo. La casualità che lega persone, libri e musiche, le relazioni circolari che si creano fra loro, le orbite ellittiche, le allitterazioni, il contrario fra gli opposti, Charlie Mingus, il jazzista dell’allitterazione. Woody Allen, “Hannah e le sue sorelle”.

Il caso, vendicativo e dispettoso, rimpiombò a schiaffeggiarmi con quei suoi enormi palmi e mi sbattè sulla faccia Bach, Beethoven e soprattutto tutto il complesso sistema sonoro di John Cage. Fece in modo che le mie convinzioni inciampassero nuovamente, questa volta in Orazio e la sua “ruota della vita” (Nihil novum sub sole, la maledetta ciclicità che già aveva intuito 2000 anni fa), nell’infinito/finito Aleph di Borges, in Tom Robbins e i Velvet Underground, nella teoria degli opposti come regolatori del mondo e in quella dell’ottava nota: do, re, mi, fa, sol, la, si e poi di nuovo do ma in tonalità diversa! La schizofrenia come rappresentante nel campo della patologia, del concetto di opposto. Chuck Palaniuck ed Erasmo da Rotterdam. Quel mafioso di Berlusconi e Machiavelli. Charlie Parker e Bud Powell, geniale schizofrenico! Nel silenzio e nell’eterno ritorno e nella ciclicità, dove tutto gira in continuazione per non morire o impazzire o per avere almeno l’illusione di vivere, nel nulla e nella pienezza che si cela dietro al non detto, nella letteratura di Hemingway dove si vede emergere solo la punta dell’iceberg, nelle albe tibetane grazie alle quali i vecchi saggi dimostravano come giorno e notte, luce e tenebre fossero in realtà la stessa cosa, schizzi disegnati dalla stessa matita genialoide. Tutto torna, un pò diverso rispetto a prima ma forse neanche tanto!
Tutto questo lo avevo nella mente ma non sono mai riuscito a scriverlo ne tantomeno a creare una musica. Martin Hannett che registra il silenzio e 4’ 33” di Cage, tutto forse è già accaduto e tornerà ad accadere. Allora la casualità che ormai ci aveva preso gusto nell’aiutarmi attraverso l’umiliazione, mi fece leggere Vonnegut e incontrare finalmente espresso il concetto di quarta dimensione del tempo.
Il cammino sembrava già scritto, ormai ero fuori di me perchè perdevo il controllo sulle contingenze e cercavo di tradurre i messaggi del destino. Senza esito. Mi sciolsi in un anfetaminico piacere quando su tutti arrivò lui, l’inuperabile e unico, colui che canta l’uomo in tutti i suoi aspetti, Walt Whitman. “Tutto ritorna come le stagioni ritornano”. Dopo aver letto questa frase, “Foglie d’Erba” diventò per me un modo per conoscere me stesso. Il poeta della vita e della morte, del diseredato e del facoltoso, è stato colui che mi ha salvato la vita. Grazie a lui andò definendosi sempre più chiaramente, il filo che legava le mie esperienze e la gente che leggevo o ascoltavo o incontravo. O meglio non si definì un bel nulla, ma capii che fra tutti loro vi era un nesso inconscio che il mio cervello non riusciva a decifrare.
Fu il diluvio.

Hemingway, per anni il mio preferito, che mi fece viaggiare con un pulmino rosso su e giù per la costa atlantica spagnola finendo poi a Pamplona, per il solo desiderio di vedere la morte negli occhi durante una corrida, la beat generation, Ginsberg, Cassady, Burroughs, la summer of love e la summer of hate, la musica della west cost, da Chet Baker a Neil Young fino ai Love e Artur Lee quasi vinto dalla leucemia in un palazzetto dello sport di Firenze tanti anni fa. I Love che nella mia esperienza sono indivisibili dagli haiku di Basho. L’avanguardia musicale di New York, il punk e i tre accordi del Blues. Il santo Blues di Bo Diddley, John Lee Hooker, Robert Johnson, Willie Dixon, Otis Rush, Muddy Waters, Howin Wolf, Lightin’ Hopkins, Jimi. Le droghe che aprono le coscienze e William Blake, i Doors, Aldous Huxley e la funzione eliminativa del nostro cervello. Che vogliono dire queste coincidenze, questi incroci involontari fra il conscio e l’inconscio? Fra la mia vita vissuta e quella già narrata? Cosa vuole dire questo metalinguaggio involontario? Questa musica che si fa largo a gomitate fra le pagine dei miei libri e nelle vite degli uomini?

Perchè mi accorgo (senza volerlo ma avendone un fottutissimo bisogno), che Lester Bangs, il miglior critico musicale di sempre, il mio preferito, casualmente l’ultima cosa che ho letto (subito dopo Sartre!), dichiari che “La Nausea” è in assoluto la cosa migliore mai scritta da un uomo? Perchè Lester parla di nichilismo esistenziale proprio quando mi sentivo così? Perchè tutto è così perfettamente in ordine, perchè tutto segue una logica infallibile ma che non capisco? Cosa avete da dirmi? Cosa devo capire di me stesso?


Poi ovviamente lui, il vagabondo del Dharma, Kerouac che arrivò proprio quando non sapevo più cosa fare e mi fece capire che in fondo tutto questo non è importante, perchè l’unica cosa che importa veramente è andare, andare sempre senza mai fermarsi. Per uccidere la morte. Il male di vivere, sbattersi da una parte all’altra del continente sperando che ansia e dolori non ti inseguano lungo il cammino. Arrivò “Blank Generation” e capii che impostori fossero stati i Sex Pistols ma anche che Richard Hell non sarebbe mai stato nessuno senza i Count Five, i Kingsman e senza le “Illusioni Perdute” di Balzac, che il “vuoto” non era un concetto negativo ma uno spazio libero dove scriverci su. Uno spazio da riempire. Il vuoto che si oppone alla pienezza vivendo armoniosamente insieme a lei. Tutto sembra “(ri)tornare” rispondendo ad una logica si stralunata ma rigorosa, infallibile e indecifrabile.


mercoledì 10 marzo 2010

Lisboa.

Jim Jarmusch, Roberto Benigni, Tom Waits, Robert Frost, Bob Dylan, Johnny Cash, la signora slovena alla quale han rubato la borsa, i serpenti che ti vengono in sogno e se non li uccidi faranno in modo che qualcuno ti tradirá presto, una vecchia ubriaca che dorme nella metro, dimentica una borsa di plastica, un poliziotto in borghese mi mostra il distintivo e la porta via, -Il Libro Tibetano dei Morti-, Maus di Art Spiegelman, Aushwitz, Katowice, le coincidenze mortali e liberatorie, le leggi "Ad Listam" e i "Legittimi Impedimenti", la mostra di Fellini al Caixa Forum, Lisbona e le sue maledizioni, Roma cittá aperta, la Magnani, il lavoro, gli amori, -é tutto qui?-, il regista di 24 hours party people, quell'altro suo film, A L L U C I N A N T E, "Jude".
Tognazzi e Gassman. "In nome del popolo italiano", Risi alla regia.
Il mio ragazzo é un Buddha, i miei amanti, scatole di cioccolatini. Le pareti bianche della mia stanza, le mie foto in bianco e nero, Robert Johnson.
Per oggi mi han salvato i Dire Straits con Six Blade Knife.

venerdì 16 ottobre 2009

"Stravrogin, perché coronate con la stupiditá, la bassezza delle vostre supposizioni?".
Gli atomi, come noi, hanno la tendenza a non esistere; una concezione sbagliata di sé stessi; l'inverosimilitá della realtá autentica. Per renderla credibile va mischiata con la menzogna; alla felicitá é egualmente necessaria l'infelicitá; smettila di parlare di te e comincia a pensare agli altri. Ma a che pro se né io né loro esistiamo? Quella ragazza nel metro che stringeva fra le mani "Confession of a freelance writer". Il film "Factotum", Charles Buckowski, Hunter S. Thopmpson e soprattutto John Fante; Capossela. Essere un pó "moody"(in "A Sentimental Moody per dirla alla Cotrane/Ellington). "Let's get lost", 1989. La paura di dire le cose sbagliate, riconoscere la propria mediocritá ma non quella degli altri, esagerandone l'importanza e lo spessore.

martedì 13 ottobre 2009

Che avranno mai in comune "The catcher in the rhye", i Guns'n'Roses, il film sulla morte di John Lennon, i Beatles in generale e gli AC/DC?

Ho la chitarra graffiante di Neil Young nelle mie orecchie; guardo l'orizzonte e "Ohio" mi sussurra dolcemente ma con rigorosa forza, "vai avanti!" (Penso a quel breve momento di sospensione, quando le chitarre esitano e i sensi galleggiano, quel preludio all'assolo che libera i musicisti dall'ansia di ció che sta per arrivare e li proietta verso il futuro con rinnovata speranza. Mi mordo il labbro inferiore per la goduria che mi causa quella scarica di feedback elettrici a sei corde).

martedì 6 ottobre 2009

Ask to the Dust.

"Sii candido, promulga il corpo e l'anima, sosta un poco e procedi, sii temperato, casto, magnetico e ció che tu hai sparso, possa allora tornare come le stagioni ritornano"

Questa fase appartiene a Walt Whitman. Il libro di
poesie dove questa frase é contenuta si chiama "Foglie d'Erba".
Scrittore e giornalista spiantato, con alle spalle una vita vissuta
intensamente, passionale e sfrontato per la sua epoca, poeta dell'amore
e dell'odio, del bene e del male, della vita in quanto tale e della
morte in quanto tale. Profetico ed apparentemente contraddittorio, é
senza esagerazione il padre della letteratura moderna americana.
Hemingway lo amava. Tutta la Beat Generation di Kerouac, Ginsberg,
Burroughs si ispirava a lui.
Senza di lui forse non avremmo neanche mai avuto Patti Smith e i Black Rebel Motorcycle Club.
Ho sempre conosciuto Whitman in maniera trasversale; sapevo molto della Beat generation ed Hemingway, Fernanda Pivano, gli articoli dei giornali che leggevo, la Summer of Love del 1969, Ken Kesey e Aldous Huxley, la
musica di Patti Smith e i Jefferson Airplane, i Velvet Undergrond e i
Television, le cavalcate chitarristiche perfette dei Grateful Dead.
Tutto insomma quello che leggevo ed ascoltavo, mi riportava inconsciamente e direttamente attraverso citazioni e rimandi, a Walt
Whitman.
Walt Whitman ha sempre riecheggiato nella mia mente, come se
mi seguisse costantemente, lateva il mio inconscio. Ma ancora non avevo
letto niente di lui. Nulla. Anche se mi ero ovviamente proposto di
leggere "Foglie d'Erba"; dopo un paio di visite alla Feltrinelli ed un
paio di biblioteche bolognesi dalle quali uscii a mani vuote, lasciai
perdere la ricerca. Aggiunsi il libro nella lunga lista dei libri "Da
leggere assolutamente prima di morire".
Poi, come spesso accade nella
mia vita (o con la mia memoria!!), quando meno me lo aspetto, le cose
che davo oramai per perdute riappaiono improvviamente. Proprio come
"le stagioni ritornano". Se esiste un disco e intuitivamente "senti"
che dovrai ascoltarlo assolutamente nella tua vita perché quel disco ti
dirá qualcosa, servirá alla tua esistenza, se avverti che nelle pagine
di un libro di un autore che non hai acora letto si nasconda l'elisir
che dona il piacere di vivere intensamente la giornata, allora non
avrai bisogno di scrivere qualcosa di nuovo nella tua lista di libri e
dischi da leggere assolutamente, perché quel libro e quel disco
appariranno nella tua vita al momento giusto. Da soli, magicamente guidati a tratti dal destino provvidenziale, a tratti da una semincosciente forza di volontá.
Si, perché stranamente mi
é sempre capitato cosí. Un legame inspiegabilmente basato sulle
coincidenze, che unisce indissolubilmente la mia vita con i libri
e gli ascolti musicali;
é divertente come cosa. Dopo anni, rimane
ancora inalterato il mio senso di stupore di fronte a simili
coincidenze.
Con Withman é successa la stessa cosa. Ero giú a Martina
Franca, non ricordo quando esattamente e mentre scrutavo nella
libreria di casa per vedere cosa ci fosse di nuovo, TROVO "FOGLIE
D'ERBA"!!! E L'AVEVA COMPRATO MIA SORELLA!!
Dopo essere stato mezz'ora
a rompere i coglioni ad Adriana perché mi regalasse il libro, dopo
averla elogiata per i suoi eccezionali gusti letterari, dopo aver
esaltato la sua superioritá rispetto alle vuote coetanee, dopo averla
supplicata sostenendo di non essere riuscito a trovare il libro in
nessuna cittá del centro nord, la convinsi.
avevo il libro!!
Ho cominciato a leggere le poesie in concomitanza con la morte di mio
nonno e del mio arrivo a Barcelona.
Quando ho letto la frase che ti ho
citato sopra (ma anche quando ho letto quest'altra: "Credo che una
foglia d'erba non sia meno di un giorno di lavoro delle stelle" ossia
la mia filosofia di vita concentrata in sedici semplici parole!!), ho
avuto un sussulto, non so spiegarti bene di che tipo, molto piú
intenso di tutti quelli provati fino a quel momento. Mi sembrava che
tutta la mia esistenza, tutte le mie esperienze, tutto ció che crea il
mio modo d'essere fosse racchiuso in quelle pagine. So che sto
spiegando la cosa con termini banali ma non ne trovo altri. I versi
erano di una bellezza sconcertante. Il suo punto di vista del mondo
esattamente uguale a mio. Mi scorse l'esitenza di fronte agli occhi,
tutte le piccole esperienze, letture, dischi, donne, amori, le delusioni
che credevo indipendenti ma che in realtá erano strettamente
collegate l'una con l'altra.
Pensai a Matilde di Perugia e a Tom
Robbins e Chuck Palaniuck. A Mariangela e agli Afterhours e i Radiohead.
Ai contrasti e gli opposti che regolano l'equilibrio del mondo ed al
concetto di diritto e dovere. Ad Enzo Biagi e al vecchio giornalismo
che non c'é piú. Morto e sepolto insieme a Montanelli e Gianni Brera,
vicino ad estinguersi vista l'etá di Bocca. Al timore che provo una
volta che moriranno Eco e Fo. All'ostracismo cui viene costretto uno
come Marco Travaglio in Italia. Ai Moravia e ai Fellini che ancora non
sono stati rimpiazzati. alla musica jazz che da anni sa solo ripetersi
e crogiuolarsi nell'aura di rispetto che si é creata in un secolo,
grazie a quel fascino intellectual-chic che fa dei suoi attuali
ascoltatori solo un nugulo di fighetti che ci tengono a farsi notare
nelle serate dove suonano Rava o Fresu o Bollani sbadigliando
penosamente. Che brutta fine ha fatto la "Musica del Demonio".
Solo`perché il jazz é considerato "colto". Ed effettivamente é musica con
una cultura ricchissima alle spalle ma questi signori sanno andare
oltre il giudizio che proviene dallo stereotipo e guardare dentro gli uomini
e la loro storia??
Pensai al dionisiaco e all'apollineo, a Eschilo e
Sofolcle, a John Coltrane e a te, all'Oscar Abelli Quartet e a
"Serenade to a Cockoo", a Roland Kirk e Grant Green, ai Beatles e a
Grant Green che suona una versione spettacolare di un pezzo dei
Beatles. Ad una dottoressa brasiliana vent'anni piú grande di me e a Lara, una catalana viziata e
complessata. A Cortazar e Roberto Bolaño, ai Jethro Tull e a "Kind of
Blue" di Miles Davis, che risuonava la prima volta che facemmo l'amore
a casa tua, quel 30 dicembre 2006.
Pensai al nichilismo mal
interpretato e all' Eterno Ritorno di Nietzche. A Dostojevski a
Bulgakov e nuovamente a te. Al socialismo Utopico e a quello Reale ed a
Valentina, che non eri nè tu né la Valentina con la quale sono stato 5
anni. A Proudhon e a Veronelli e ed al vino di qualitá ed al rispetto
che bisogna avere per i contadini che lo producono. Alla preparazione della salsa di pomodoro in campagna di mia nonna venti anni fa. Allo Snack(e) Bar "Madonna Due" e ai
suoi aperitivi. Ad una ragazza conosciuta al Link di Bologna e alla sua
passione per Emidio Clementi (che intervistai a Carpi insieme a Manuel
Agnelli degli Afterhours) ed al conflitto Israelo-Palestinese e il ruolo dell'Inghilterra e la Francia in tutto ciò. A
Gaspare Bernardi e ad Enrico Rava. A Fabrizio Bosso e a
Luciana, la ragazza che alcune tuoi informatrici mi hanno visto baciare al
Baluardo della Citadella.
A Charlie Parker e Perugia, Modena, Santiago
de Compostela, Bologna e Martina Franca. A Barcelona. A Erasmo da
Rotterdam e il suo "L'Elogio della Follia". Al 1968 in Italia e in Francia,
alla Summer of Love e tutta la musica di prima e dopo quello
spartiacque. Alla musica funky, al blues, a Lester Mc Neils e Lester
Bangs, alla Gazzetta di Modena e al giornalismo musicale, al Gonzo
Journalism a Gore Vidal e Hunter S. Thompson. A "Blank Generation" di
Richard Hell e la New Wave, Patti e I Television, Rimbaud e Baudleaire,
La Beat e la Lost Generation e di li a Gertrude Stain, F.F. Fitgzerald
e chiaramente Hemingway e di nuovo tu. A Raymond Carver e Vonnegut e
Philip Roth. Tutto mescolato come nell'Aleph di Borges.
.......
coincidenze........

tutto sembrava intrecciarsi nella mia vita, tutte
queste interconnessioni sembravano avere un senso.. Sentivo che ero in
un momento di passaggio.. e la frase di Withman mi spiegava tutto. Io
ero stato un sostenitore della sua teoria ancora prima di leggere
qualcosa di lui. Trovare conferma nelle sue pagine di quello che é
sempre stato il mio stile di vita, non solo mi rallegró moltissimo, mi
fece benedire le casualitá e i miei interessi che mi avevano portato a
leggere e scoprire l'esistenza di un profeta come W.W.

cosa voglio
dire con tutto questo (come direbbe Loris "Pasticcino"); voglio dire
che é vero che promulgare corpo e anima, sostando con pazienza,
seminando e essendo magnetici e non banali, passionali e razionali,
alla fine porta i suoi frutti.
Oggi per esempio mi telefona un
cantautore emiliano per il quale anni fa scrissi un articolo che
apprezzó molto. Si chiama Gaspare Bernardi, ai nomi dei piú puó non
dire molto ma é un uomo saggio e colto, che conosce e collabora con
gente come Max Gazzé, Fresu, Rava, Giovanni Lindo Ferretti, Cucchi.
Quell'aricolo lo ricordo con piacere perché oltre ad essere stato
apprezzato dall'artista, ricevette anche i complimenti della capo
redattrice della Gazzetta che mi telefonó scusandosi per i tagli che
avrebbe apportato al pezzo, vista l'esiguitá dello spazio disponibile
sul giornale.
Quell'articolo mi é valso la riconoscenza di Bernardi,
che nella telefonata di oggi (21 luglio 2008) mi ha spiegato che é a
punto di realizzare un nuovo disco ed un libro. Per il libro stesso
vorrebbe una mia collaborazione: lo dovrei aiutare facendogli
un'intervista. Mi ha detto espicitamente che vorrebbe che la cosa la
seguissi io. Niente di speciale, solo una breve intervista che potrebbe
finire nel suo libro autobiografico. Mi ha detto che c'e´un grosso
gruppo editoriale dietro ma non ha fatto nomi. Sono cauto.
non so,
potrebbe essere una buona cosa. Forse si forse no. Di certo ci proveró.
potrá portare qualcosa o nulla.
....coincidenze....

venerdì 7 agosto 2009

Una faccia così anonima da sembrare conosciuta.

Smettere di vedere i concerti pensando all'articolo che avrei dovuto poi scrivere ha ridato gusto alle mie emozioni.
E così in tutte le cose; la vita in terza persona, fino ad un certo punto però. Quei gesti così profani che mi facevano sorridere;
perchè, se tutto fosse vero, non ero stato ancora fulminato?
Sorridevo per tutto ciò.

Celebrazioni e promesse di matrimonio, imbarchi di americani e mafiosi, mojitos letterari, film beat, sax pieni di anime, pensieri (neanche tanto) strani.
Juan era intanto più ubriaco del solito e il cinese serio si gli sedette vicino al tavolo e lo calmò solo con uno sguardo pacato. Gente che non trova lavoro e si lamenta in perfetto stile spagnolo ma non fa nulla per cambiare le proprie sorti. La birra che già sorseggia alle 08.00 di mattina l'aiuterà forse a gridare più forte il proprio dolore, ma non cambierà le sorti.
Rompo un computer, un orologio, perdo un biglietto, dopo la puzza l'affollamento;
La notte dei titoli e delle illuminazioni.
Le improvvisazioni divine. Il benestare il benessere e il Ben-Essere, Pee Wee Ellis, i concerti alla Pedrera e tante cose che non ricordo.
Rido beffardo.
Per ora.

mercoledì 22 luglio 2009

Non ci sono più scuse adesso.

Avevo da poco cominciato la collaborazione con la Gazzetta di Modena, fresco di laurea, con la testa piena di idee e musica. Mi sentivo all'epoca come una persona un pò fuori luogo all'interno della propria generazione. Mi sentivo come un "antenato" fra i miei coetanei; all'epoca ero contrario al libero download della musica in quanto la ritenevo una mancanza di rispetto nonchè una forma per ammazzare l'arte.
Robert Fripp la pensa ancora così.
Allora credevo che l'unica musica degna di essere ascoltata fosse il blues, il jazz, il garage rock e le mie fantasie non trovavano tregua quando pensavo all'eccitante periodo della "Summer of Love".

Mi sentivo perennemente pervaso dal senso di frustrazione derivante dal fatto che non riuscissi a capire come mai il mondo della musica contemporanea e la società in genere, si fossero per così dire appiattiti, si fosse perso lo smalto di un tempo.
Avevo la non bella sensazione di essere un nostalgico di un' epoca che non avevo mai vissuto.

Sarà stata la giovanile inesperienza o semplicemente la conseguenza del non avere mai incrociato sulla mia strada fino ad allora, nessun testimone diretto di quel panorama artistico musicale che tanto rimpiangevo non aver vissuto.
Certo gli anni a venire, i pioneri di quella generazione incontrati, le letture, hanno un pò cancellato quella innocente sensazione di rimpianto per i Sessanta mai vissuti, con il tempo mi sono reso conto di come quel clima di cambiamento e rivoluzione, altro non sia stato (scusate la banalità) che un fuoco di paglia borghese; inutile negare quanto di vero ci fosse in quello spirito generazionale, quel desiderio icontrollabile di cambiamento ma è altrettanto vero che tanti di quegli spiriti rivoluzionari hanno poi sostituito i propri papà sulle poltrone da loro precedentemente occupate.
Alcune menti di allora sono rimaste fedeli alle idee di allora e magari sono diventati dei Paolo Flores d'Arcais, dei Max MArmiroli o dei Gaspare Bernardi. Ma tantissimi altri con gli anni si sono rivelati in tutto ciò che erano fin dall'inizio, ossia tanti piccoli Giuliano Ferrara, dei Giovanni Lindo Ferretti, dei semplici Fleetwood Mac (senza Peter Green ovvio).

Non lo avrei mai detto cinque anni fa, ma durante gli scontri di Valle Giulia, mi sarei schierato dalla parte di Pasolini.

mercoledì 24 giugno 2009

Naròdnaja Rasprava.



La città trafficata, lo slalom in bici fra i turisti. Tutto di un silenzio assordante.
"Chi perde il suo spirito, perde anche la fede, perde Dio. Non è un uomo negativo nè positivo, è splendidamente dotato e intelligente, sensibile e acuto, ma incapace di realizzare le proprie doti, di ritrovare un contatto con la vita autentica. Intorno a lui è il quadro, a sua immagine e somiglianza, di un mondo folle e sradicato, perduto forse per sempre, nonostante non manchino i punti di riferimento per una rinascita e rigenerazione spirituale."

Il grande Fedor. Un diavolo. Sebbene le sue parole devono essere contestualizzate, sono abbastanza rappresentative del mio stato d'animo.
Devo fare il conti con la possibile risposta che un giorno potrei darmi:

"Sì è tutto qui."

A cosa servirò mai? Chissà se mi è dato saperlo. Per ora apprezzo il percorso. E poi cosa diavolo c'entrerà mai il film "Sidewalks" che tanto mi ricorre in questi giorni?
I petardi scoppiavano lontano vicino alla spiaggia ed io volutamente mi estraevo dai contesti in cui ci potrebbero essere troppe persone. Non ho assolutamente voglia di fare conversazione ora.
Finirà presto l'era della filantropia, dell'indignazione, dell'immobilismo, delle cose fini a sè stesse. Si sviluppa la data consapevolezza della conseguenzialità causa ed effetto.
Sono consapevole che fra un pò mi chiederanno di stare zitto.

mercoledì 29 aprile 2009

Moanin.

Era la seconda volta si presentava in uno di questi centri di cui Barcellona è piena per mostrare le proprie foto, nella speranza di esporle un giorno.
Nessuna esperienza tanta passione. Gli avevano detto di trovare un tema, un filo conduttore che potesse legare le varie immagini.

Chiaro. La trovava molto giusta come cosa.

Il punto è che non si era mai realmente soffermato nel ricercare un tema per le sue immagini, dato che l'immortalare le cose dentro il suo obiettivo erano per lui un semplice passatempo che gli permetteva di ridare valore estetico alle cose che magari non ce l'avevano.
Era altrettanto insita nella sua passione per la fotografia, la capacità espressiva di questa arte.

A volte si commuoveva con le foto.

Poi un giorno l'illuminazione: guardando le geometrie di due antiche scalinate bianche che facevano da cornice ad una delle sue tante foto capì tutto.
Ci vide dentro inanzitutto quella che da sempre è stata la sua filosofia di vita. Il rifiuto totale deì pregiudizi e delle generalizzazioni (o le "banalizzazioni a prescindere").
Ci vide uno dei temi che più gli stanno a cuore e che tanto avevano influenzato tutti i suoi ragionamenti: la sadica e magnifica ciclicità del tempo, le stagioni di Walt Whitman che ritornano.
L'Aleph e l'Eterno Ritorno.
Era sempre stato affascinato dal fatto che il contrasto fra i contrari, fra gli opposti, fossero il segreto per scoprire la verità. L'importanza del relativismo, nonostante qualche Demone vestito di bianco ci dice di no.
L'importanza dei punti di vista differenti che devono sempre essere presi in considerazione. Tom Robbins e Matilde. Chuck Palahniuk e gli Afterhours ed Erasmo da Rotterdam, tutte queste cose si fondevano nella sua mente.
Il suo passato ed il suo futuro.
Guardava la medaglia e capiva che andava vista da entrambi i lati per poterne percepire l'interezza.
Vedeva le diverse architetture (appartenenti a stili ed epoche diverse) e si convinceva di come il "compromesso" fosse l'unica via per la fine delle lotte fratricide fra gli esseri umani.
Guardava la foto di una funivia sospesa nell'aria e si sbigottiva per lo shock che può provocare la semplicità.
Semplice come la verità.
Pensava alla sua come ad una fotografia musicale.
Pensava al becero urbanismo come forma per spiegare una canzone.
L'Aleph. Ossia il tutto.
L'esplosionismo cosmico dell'amico di Hrabal che dai rifiuti creava sculture stupende.
Gli piacevano i ragionamenti lunghi ed estremi così come le canzoni strumentali lunghe e dilatate all’infinito, dove ogni strumentista lasciava libero sfogo alla propria immaginazione e dove il flusso sonoro e caotico che sgorga da una chitarra blues ed elettrica, dopo quattro minuti di improvvisazione selvaggia, ritorna al tema centrale del riff iniziale.
Era sensibile al tema del caos ordinato, del caos arregimentato, del fuorismo totale legato però ad una certa logica.
Per questo amava “Marquee Moon”, per questo amava “Serenade to a Cuckoo”, “Heroin” nella versione di Rock’n’Roll Animal o “Who Do You Love” di Bo Diddley, sia nella versione dei Quicksilver Messanger Service sia in quella più garage e psichedelica dei Woolies.
Vedeva una foto e ci ascoltava il sax di Coltrane o la tromba di Miles o la chitarra di Tom Verlaine.
Poteva amare la prosa asciutta di Hem o il (a volte) prolisso Faster Wallace.
Del resto era così anche con le donne. Ogni donna era per lui una musica sublime (se mai arriverai a leggere questa riga sappi che tu per me sei "A Love Supreme").
Siamo il tempo che ci resta.

Gli accettarono dodici foto.
Forse dicendogli tutte queste cose doveva aver un pò rincoglionito i coordinatori del centro culturale dove le avrebbe esposte.

Uscì in mezzo alla strada.
La cattedrale sbucava fra lo scorcio creato dai palazzi. La mole degli edifici oscurava il sole e l'umidità che impregnava le pietre gli fece sentire freddo.
Ma ribolliva di fuoco sacro dentro. Un calderone di brodo bollente, ossa e liquame.
Girato l'angolo, la dea Casualità gli regalò l'ennesima fortunata coincidenza: c'erano tre musicisti stesi sulla strada con i loro strumenti. Un sax, un trombone e una chitarra. Si fermò e vide che il cappello dove dovevano esserci le offerte era tristemente vuoto. Ci mise 80 centesimi, era tutto quello che aveva. Loro sorrisero, ringraziarono e attaccarono "Moanin" di Art Blakey and the Jazz Messenger. Non ci poteva credere, erano giorni che ascoltava questo pezzo quando era a casa e lo adorava sempre di più. Gli sembrò un segnale divino.
Una ragazza, l'unica altra spettatrice, battè le mani insieme a lui alla fine del pezzo.
Il cameriere e la cameriera del ristorante di fronte alla piazza erano vicino ai bidoni della raccolta differenziata e si guardavano negli occhi con una tenerissima passione.
Se li immaginò correre a casa sotto il sole, per andare a fare l'amore.
La dignità della semplicità, il revisionismo del concetto di amore.
Stasera vedrà degli amici e si farà festa.
Ci sarà anche lei e questo lo riempì di felicità.

domenica 19 aprile 2009

Il barista 47enne di un bar di plaza Espanya si venderebbe per molti meno soldi di Keith Richards.

La teoria degli uomini ordinari e straordinari e l'ideale estetico che si muovevano nella mente delittuosa di Raskolnikov, sono state le prime cose che mi hanno impressionato nella lettura di "Delitto e Castigo".
Ma un concetto è rimasto nella mente anche successivamente. Il concetto secondo il quale una delle cose in assoluto più tristi che possano capitare ad un essere umano sia quella di possedere un certo talento ma non una particolare genialità.
Struggersi perchè vedi la luce in fondo ma non riesci a raggiungerla.
Percepisci la grandezza, condividi l'idea di fondo, ma non riesci ad afferrarla come vorresti.
Talento senza genio. Neanche il talento quasi sempre.

Poi penso a Kerouac e "Scrivere Bop".

La sua precisa riflessione sul genio e il talento è semplice ed efficace. Il genio, lo dice l'etimologia stessa della parola, è colui che "genera", che "crea".
Colui che porta il nuovo.
Il talento è semplicemente colui che riproduce perfettamente ciò che il genio ha già dato alla luce.
Grant Green è un genio, George Benson, Pat Martino sono talenti (bè no cazzo, Pat Martino, con tutto ciò che gli è capitato è un genio!). Chuck Berry è un genio, Keith Richards è un talento (ma forse Wood lo è di più mentre Richards, a parte sapersi vendere meglio, ha solo avuto quel tocco in più, ha qualcosa che Wood non ha che lo rende diverso, mitologico, più vicino alla divinità.
Otis Rush e Jimi Hendrix sono molto più geniali di un talentuosissimo Page.
L'intelligenza romantica, quella classica e la Qualità di Pirsig.

"Alcune delle tue foto sono buone ma molte, sinceramente, non riescono a comunicarmi nulla. Devi prendere un tema e svilupparlo, focalizzandoti solo su quello. Ho notato che ti interessano i contrasti fra architetture di diverso stile. O gli spazi vuoti (vuoti in maniera assordante aggiungerei io), amplia l'idea, sviluppa il concetto."
La fotografa professionista fu più diretta e mi "spezzò le gambe" in più di una occasione. Era spettacolarmente sincera quando sentenziava che alcune foto erano per lei autentiche cagate.
Ma era altrettanto bello vederla quando, se una foto le piaceva, tirava fuori tutta la sua passione nell' esaltarne i punti forti. Gesticolava di fronte al computer e mi spiegava giochi di linee, luci e spazi che non sospettavo minimamente esistessero al momento di fare la foto.
è una sensazione rigenerante quella che si prova al ricevere critiche costruttive (subito dopo aver assorbito il dispiacere, che ovviamente resta la prima emozione che si prova nel veder non apprezzato un tuo lavoro).
So in che direzione andare adesso.
Più o meno.
Era una notte in cui alla fermata della metro di Liceu, un solo ragazzo con la sua chitarra incantò una folla di gente in attesa alle opposte banchine con le armonie più belle che avessi mai sentito tirar fuori da una sei corde spagnola.
Era incredibile e la gente applaudiva tutta.