lunedì 14 novembre 2011
sabato 12 novembre 2011
El sentido de la vida está en buscarle un sentido.
Dopo tanti sforzi tentando di seguire il mio respiro, notai come quest'ultimo sgusciò fuori dal naso con una sfrontatezza da adolescente, e come un serpentello discese rapido lungo le gambe e si sparse intorno ai miei piedi come in tanti girini di ruscello solleticanti.
mercoledì 2 novembre 2011
Ho creduto, durante un determinato periodo di tempo, di essere uno di quegli uomini capaci di vincere la morte facendola innamorare; ma è bastato solo che lei inviasse un' emissaria per farmi cagare sotto dalla paura.
lunedì 3 ottobre 2011
Io e la mia ombra.
Mi è avvenuto più volte, svegliandomi nel cuor della notte (la notte, in questo caso, non dimostra veramente d’aver cuore), mi è avvenuto di provare al bujo, nel silenzio, una strana meraviglia, uno strano impaccio al ricordo di qualche cosa fatta durante il giorno, alla luce, senz’abbadarci; e ho domandato allora a me stesso se, a determinar le nostre azioni, non concorrano anche i colori, la vista delle cose circostanti, il vario frastuono della vita. Ma sì, senza dubbio; e chi sa quant’altre cose! Non viviamo noi, secondo il signor Anselmo, in relazione con l’universo? Ora sta a vedere quante sciocchezze questo maledetto universo ci fa commettere, di cui poi chiamiamo responsabile la misera coscienza nostra, tirata da forze esterne, abbagliata da una luce che è fuor di lei. E, all’incontro, quante deliberazioni prese, quanti disegni architettati, quanti espedienti macchinati durante la notte non appajono poi vani e non crollano e non sfumano alla luce del giorno? Com’altro è il giorno, altro la notte, così forse una cosa siamo noi di giorno, altra di notte: miserabilissima cosa, ahimè, così di notte come di giorno.
lunedì 12 settembre 2011
Il fu Mattia Pascal
Per consolarmi, il signor Anselmo Paleari mi volle dimostrare con un lungo ragionamento che il bujo era immaginario.
― Immaginario? Questo? ― gli gridai.
― Abbia pazienza; mi spiego.
E mi svolse (fors’anche perchè fossi preparato a gli esperimenti spiritici, che si sarebbero fatti questa volta in camera mia, per procurarmi un divertimento) mi svolse, dico, una sua concezione filosofica, speciosissima, che si potrebbe forse chiamarelanterninosofia.
Di tratto in tratto, il brav’uomo s’interrompeva per domandarmi:
― Dorme, signor Meis?
E io ero tentato di rispondergli:
― Sì, grazie, dormo, signor Anselmo.
Ma poichè l’intenzione in fondo era buona, di tenermi cioè compagnia, gli rispondevo che
mi divertivo invece moltissimo e lo pregavo anzi di seguitare.
E il signor Anselmo, seguitando, mi dimostrava che, per nostra disgrazia, noi non siamo come l’albero che vive e non si sente, a cui la terra, il sole, l’aria, la pioggia, il vento, non sembra che sieno cose ch’esso non sia: cose amiche o nocive. A noi uomini, invece, nascendo, è toccato un tristo privilegio: quello di sentirci vivere, con la bella illusione che ne risulta: di prendere cioè come una realtà fuori di noi questo nostro interno sentimento della vita, mutabile e vario, secondo i tempi, i casi e la fortuna.
E questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto come un lanternino che ciascuno di noi porta in sè acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti su la terra, e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che projetta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe, se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi dobbiamo pur troppo creder vera, fintanto ch’esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine a un soffio, ci accoglierà davvero quell’ombra fittizia, ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercè dell’Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione?
mercoledì 10 agosto 2011
Il maestro appare quando l'allievo è pronto.
Vivere con serenità è possibile.
-vivi con Consapevolezza
-elimina l'Io di rappresentanza, l'Io mondano
-sciogli le catene della schiavitù del desiderio, della volontà effimera
-elimina nell'amore il concetto di "possesso"
-evita gli abbagli, le illusioni, le bugie del "genio della specie"
-essere, non solo esistere
-vivi senza aspettative o senza il bisogno di risultati specifici
-riconosci l'attimo (che svanisce nell'attimo stesso) e sii capace di viverlo
-non esser schiavo delle tue parole, riconosci la limitatezza (e l'arroganza) delle opinioni, sii
padrone dei tuoi silenzi.
-l'ultima libertà, è quella spirituale.
martedì 2 agosto 2011
Colui che dubita.
Sempre, ogni volta che ci pareva di aver trovato la risposta a un problema,
uno di noi scioglieva, sulla parete,
il nastro dell’antico rotolo cinese
sí che svolgesse e visibile apparisse
l’uomo seduto che tanto dubitava.
Io, ci diceva, sono colui che dubita.
Dubito che sia riuscito il lavoro che v’ha inghiottiti i giorni.
Che, quel che avete detto,
se detto peggio valga tuttavia per qualcuno.
Che lo abbiate detto bene e che forse un po' troppo vi siate, alla verità di quanto avete detto, affidati.
Che sia ambiguo:
per ogni possibile errore vostra sarebbe la colpa.
Può anche essere troppo univoco
e allontanar dalle cose la contraddizione;
non è troppo univoco?
Allora quel che dite è inutilizzabile.
Le cose vostre sono inanimate, allora.
Siete realmente nel corso degli eventi?
Compresi con tutto quel che diviene?
Siete ancora in divenire, voi?
Chi siete?
A chi parlate?
A chi serve quel che state dicendo?
E, fra parentesi: vi lascia sobri?
Si può leggerlo di mattina?
È anche congiunto al presente?
Le tesi davanti a voi enunciate son messe a profitto
o almeno confutate?
Tutto è documentabile?
Per esperienza? Di chi?
Ma prima di tutto e sempre,
e ancora prima d’ogni cosa:
come si agisce se si crede a quel che dite?
Prima di tutto: come si agisce?
Pensierosi
noi si considerava con curiosità
l’uomo turchino dubitare dal quadro,
ci si guardava e da capo si ricominciava
Bertolt Brecht
uno di noi scioglieva, sulla parete,
il nastro dell’antico rotolo cinese
sí che svolgesse e visibile apparisse
l’uomo seduto che tanto dubitava.
Io, ci diceva, sono colui che dubita.
Dubito che sia riuscito il lavoro che v’ha inghiottiti i giorni.
Che, quel che avete detto,
se detto peggio valga tuttavia per qualcuno.
Che lo abbiate detto bene e che forse un po' troppo vi siate, alla verità di quanto avete detto, affidati.
Che sia ambiguo:
per ogni possibile errore vostra sarebbe la colpa.
Può anche essere troppo univoco
e allontanar dalle cose la contraddizione;
non è troppo univoco?
Allora quel che dite è inutilizzabile.
Le cose vostre sono inanimate, allora.
Siete realmente nel corso degli eventi?
Compresi con tutto quel che diviene?
Siete ancora in divenire, voi?
Chi siete?
A chi parlate?
A chi serve quel che state dicendo?
E, fra parentesi: vi lascia sobri?
Si può leggerlo di mattina?
È anche congiunto al presente?
Le tesi davanti a voi enunciate son messe a profitto
o almeno confutate?
Tutto è documentabile?
Per esperienza? Di chi?
Ma prima di tutto e sempre,
e ancora prima d’ogni cosa:
come si agisce se si crede a quel che dite?
Prima di tutto: come si agisce?
Pensierosi
noi si considerava con curiosità
l’uomo turchino dubitare dal quadro,
ci si guardava e da capo si ricominciava
Bertolt Brecht
mercoledì 20 luglio 2011
Amore in latino vuol dire "senza morte", in sanscrito "avidità".
Al parco del Miramar, un lungo ed atteso sospiro,
Ascolto paziente ciò che il fico di fronte a me e la sua resina gommosa ha da raccontarmi,
E la vita mi stupisce ancora una volta, io mi inebrio con lei.
Un dubbio d'amore mi sfregia l'anima e mi squadra con un ghigno,
Ma anche lui mi è dolce, e distogliermi non può
Dalla certezza d'esser parte dei cicli.
Chiudo gli occhi e il monte del Tibidabo ingrossa i suoi rilievi nel tentativo di conquistarmi,
I cespugli resi ebbri dal sole mi salutano mossi da uno scirocco caldo,
Ed io, consapevole, mi illumino vivendo l'attimo svanito.
giovedì 12 maggio 2011
L'identità, il fraintendimento dell'essere con sé stesso.
Chino la testa sul mio quaderno, stringo una penna nella mano. È tanto tempo che ormai non scrivo più niente. Il nulla più desolante si era impadronito di me. Vittima della ragione, sempre insufficiente e causa solo di deliri e dolori. Vittima dell'ego insulso e mondano, del ruolo, della necessità di associarmi sempre a quello che i contesti mi richiedevano. La vita è una puttana ma l'ego è truffaldino.
"Sono" giornalista, "sono" architetto, "sono" avvocato. Ma avete mai pensato alla mistificazione che si nasconde dietro l'utilizzo della parola ESSERE. Cosa sei, cosa siamo? Sei un amministratore delegato, un medico? Spogliato di queste maschere cosa sei? L'essere è il divenire delle nostre contraddizioni, mentre il mio era solo un tentativo vano di cercare la coerenza quando l'unica cosa che abbia valore è l'incoerenza.
Il vuoto che si era impadronito di me e spogliato di ogni sentimento, anche del semplice emozionarmi con una mattina soleggiata di maggio, era così angustiante (ma poi rivelatosi fittizio) in quanto una derivazione malata del mio egoismo. Mi sono affacciato tante volte alla porta di me stesso in questi anni ma mai nessuno si era preoccupato di aprirmi. O di rispondere alle mie urla. Ma quando il propietario di casa ha deciso di farmi entrare nel salotto buono delle mie personalità, ho trovato una sala senza mobili. Perchè mi stava ospitando nella stanza dove fino ad allora aveva dimorato la mia coscienza ed auto coscienza. La stanza di un ribelle di lusso, di un libero pensatore senza disciplina ma soprattutto uno schiavo dell'identità. Uno schiavo delle apparenze, un presunto umanista che non si preoccupava di ascoltare gli umani. Uno schiavo della proiezioni e delle auto proiezioni, imprigionato non dalle catene ma dalle vertigini del vuoto e dell'illusione. Ho fallito tante volte nell'identificarmi, o nel tentativo di essere identificato, ho dormito per anni convinto di essere il depositario di una filantopica e seducente umanità. Ma l'errore stava nell' aver sempre ragionato in termini di egoismo e non di consapevolezza. Come guidare in autostrada con la terza.
La consapevolezza. Essere padroni di se stessi e riconoscere il Sé, non l'Io, riconoscere in questo eterno ritorno che noi "siamo", "esistiamo" solo fuori dal campo di concentramento delle limitazioni, sociali e soprattutto personali. Niente a che vedere con Sartre, solo una illuminazione che mi permette di trascendere dall'illusione dello status, del ruolo, dell'io rappresentante ed effimero, affamato ed avido. Vivere pienamente ogni istante senza frenesie. Essere nell'attimo. L'attimo che svanisce, l'attimo eterno. Consapevoli d'averlo vissuto.
Scusate miei amici, scusate gente tutta, spero che possiate perdonare il mio sonno. Mi sento molto più in armonia con i miei malesseri. Adesso capisco ancora meglio la frase di Whitman che mette sullo stesso piano le costellazioni, l'uomo e una foglia d'erba.
Fuori c'è una deliziosa pioggia primaverile.
Esco senza ombrello e le gocce d'acqua mi scendono sulla nuca, provocando leggeri sussulti e contrazioni dello sterno. Il concerto di bossanova sarà già cominciato o forse non è mai finito. Le chitarre suonano dall'alba dell'eternità e non cesseranno ora. Cammino e vedo la gente affannarsi per cercare un riparo ma io mi sento pioggia in questo momento. Non vivo nel tempo cronologico, non mi appartiene più.
Ve lo cedo volentieri il vostro tempo a voi gente morta, anime sospese nell'eterno ritorno, fratelli di inquietudine e compagni di sbronze.
Non mi appartiene più.
lunedì 9 maggio 2011
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Eugenio Montale
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
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